Letture

SHAKI IN AZERBAIJAN

L’orto-giardino del palazzo di Shaki, di Ezio Menzione


A metà aprile la neve ricopre ancora la cima e le pendici della catena del Caucaso, sul versante azero fino proprio alla antica città di Shaki, che si inerpica là dove incomincia ad imbiancare. Fa ancora molto freddo.

Shaki e il suo territorio sono stati un khanato indipendente nel secoli 17° e 18°, forse il più splendido fra i vari in cui il territorio azero si divise dopo la dominazione persiana e prima che quella russa (e poi sovietica) si installasse stabilmente.

Dell’antico splendore resta una serie di episodi architettonici significativi: caravanserragli, moschee, una chiesetta albanese, oggi museo, mulini, laboratori di tessitura e altro. Resta, nella parte più alta della città vecchia, la cinta muraria della residenza del khan. All’interno di essa uno splendido palazzo, tutto in legno, che sta in piedi da quasi tre secoli senza un chiodo né una goccia di colla: l’antico palazzo d’estate dei khan.

E’ un edificio non tanto grande, tre vaste sale al piano rialzato e tre al primo piano. L’esterno è decorato da ricche musharabia, stucchi policromi, superfici di specchietti che rifrangono la luce, a coronare i due balconi da cui si affacciava il principe per pronunciare le sue sentenze, l’uno, e le sue donne, che evidentemente non temevano di mostrarsi, l’altro. Ma è l’interno che costituisce un vero e proprio incanto: un episodio unico (non solo in Azerbaijan) di decorazione fittissima, che ricopre ogni centimetro delle sale. Una decorazione floreale, che richiama le miniature moghul da un lato e il tappeto persiano dall’altro, per cui pare che i soffitti siano costituiti da tappeti tesi, che noi ammiriamo da sotto, mentre le pareti allineano una profusione di fiori e uccellini con una fantasia sfrenata. In una delle sale una fascia che corre su tutt’e quattro le pareti rappresenta, con minutissima dovizia di particolari, scene di caccia e di guerra: cosa molto rara, come ben si sa, stante il divieto di rappresentazione umana nell’arte dei paesi mussulmani. La luce è soffusa unicamente da finestre schermate da vetri policromi incastonati non nel piombo, ma nel legno. Ogni finestra conta più di 10.000 pezzi. Il tutto si deve a varie maestranze della seconda metà del ‘700, sotto il secondo e più splendido khan di Shaki.

Il giardino è costituito da un primo terrazzamento, dove campeggiano simmetricamente due enormi platani, che risalgono al ‘500, contornati da vecchie rose. Si scendono pochi gradini e si arriva al secondo terrazzamento, più vasto, ma ancora relativamente piccolo, che scende fino alle mura, con un prato che è costituito da ranuncoli, malve, prime viole e ultimi crochi, anche qui qualche rosa e molti iris. Vi sono piantati alberi da frutto, ancora non fioriti e quindi difficili a distinguersi, ma dipinti doverosamente di bianco per metà del fusto. A fine aprile dev’essere un trionfo di fioritura.

Si guarda meglio e lungo il vialetto centrale e poi torno torno sotto le mura sono state piantate melanzane, fagioli, fave; cominciano a spuntare carote e sedani. All’estremo sud una pergoletta di vite. Più in là prezzemolo e coriandolo, appena appena accennati. Immagino che col procedere della stagione verranno piantati anche pomodori, agli e cipolle. Una delizia di disegno, nella tranquilla sicurezza che qui, alle pendici della grande catena, l’acqua certo non manca nemmeno nella stagione in cui in altre parti del paese la terra sarebbe riarsa. Ma anche a fondo valle il fiume Kish deve scorrere perennemente, visto che è tutto un lussureggiare di antichi noci e coltivazioni di noccioli, molto più che nella turca Còte de noisettes, per non dire del nostro viterbese.

Si rimane incantati di fronte a questa semplicità e libertà nel decidere cosa si sposi bene con l’antico palazzo. Poi ci si riflette e si capisce: lo splendore e la fantasia che hanno guidato la decorazione dell’interno sono le stesse  che ancora oggi guidano la coltivazione di questo orto con tocchi di giardino. Gli stessi iris, le stesse rose, gli stessi viluppi di vite o di fagiolini. Nessuno potrà mai dire se sia l’interno a riflettere l’esterno o viceversa.

 

Ezio Menzione