Letture

SEGUENDO IL FIORE, TRANSUMANZA D'API

Migrano le api, nomadizzano gli apicoltori in cerca di nuove fioriture: ape-fiore, uomo-miele. Il primo assioma è chiaro, basta ritrovarsi in campagna e ascoltare un prato o un bosco, per il secondo occorre una levataccia e la compiacenza di un produttore.

Dico compiacenza, perché non è facile avere il permesso di assistere, di conoscere per sommi capi la geografia del miele, la mappa che porta con fatica all’aurea merce di scambio tra api e allevatori. Il cielo notturno, in un’estate canicolare, ha poco prima dell’alba un nitore e una levigatezza minerali. La stessa sensazione che accompagnava l’idea antica di sfere concentriche, punteggiate da stelle e pianeti.
Quando il camion accosta, accanto al parcheggio del supermercato, l’orologio segna le quattro e mezza. Salgo vicino a Taco mentre Stefano è al volante. Taco è vestito di bianco, ha già addosso l’aura del miele, il ronzio che sale dal cassone scoperto dove sono impilate 44 arnie. Taco diminutivo di Spartaco come Tico, il nome del fratello, lo è di Adriatico. Il primo è arrivato dall’Albania a quattordici anni e mezzo, l’altro ne ha attraversato il mare più volte. Si va in direzione della Garfagnana, proprio all’imbocco della valle dove il Serchio entra nella piana di Lucca. Il posto in cui saranno lasciate è lungo una strada in salita. La breve deviazione conduce ad una radura tra castagni e acacie. In alto, il cielo che inizia a schiarire ricalca di nero il profilo dei monti. Cercherò più volte il profumo del momento, anche quando non ve n’è traccia, convinto che questo sia un lavoro olfattivo. Come il pastore o il cacciatore che, camminando a lungo, sanno annusare i posti. Ora, Stefano mi fa sentire l’odore di un’arnia ed è un odore acido, persistente, di caramello bruciato: quello delle api infuriate. «Succede quando sono in allarme – spiega – se apri ti mangiano vivo». Dipende dal viaggio che hanno fatto, dal sentirsi rinchiuse.
La prima operazione è di disporre le basi per le arnie, tenendo conto della posizione del sole. Le api lo hanno come punto di riferimento nei loro spostamenti, esatti al centimetro. Pian piano – ogni cassa pesa tra i quaranta e i sessanta chili – si disegna un’ellisse con al centro una fila. La pianta è orientata levante-ponente, sull’asse solare, con le bocche d’uscita che guardano a mezzogiorno: il nord è il punto scuro. La maggior parte sono contrassegnate con colori e forme diverse, triangoli, quadrati o cerchi. Valgono come ulteriore indicazione nel volo di ritorno. Restando fermi ad osservare il lavoro metodico di Stefano e Taco, l’umidità del bosco, fiato spesso, verde d’edere e muschi, entra nelle ossa. Dentro l’arnia, invece, la temperatura varia pochissimo, oscillando tra i 35 e i 37 gradi. Il calore giusto, perché le famiglie prosperino, si schiudano le covate e il miele non superi mai una certa soglia di umidità.
La danza infinita dell’otto
Quando partono, intessendo il volo sulla trama dei raggi, possono allontanarsi anche di tre, quattro chilometri. Tornando eseguono una specie di danza, disegnando la forma infinita dell’otto. Dalla direzione in cui punta e dall’intensità con cui vibrano gli addomi, le api rimaste deducono rotta e distanza. Meraviglioso fraseggio, quasi parola, considerando anche che il nettare sunto dai fiori compie un tragitto interiore, di bocca in bocca, o meglio di ligula in ligula. L’ape che lo trasporta lo travasa nell’ape in attesa. Così, dall’una all’altra, per un processo chimico, la goccia del fiore si trasforma in lacrima di miele. Uguale destino accompagna i ragionamenti d’amore e di verità, fatti per stillare nell’altro un seme o un succo di trasformazione. Di più, il miele rappresenta l’illuminazione, il ritorno all’Uno, la conversione a Dio, dal polline di tanti fiori si trae una sola sostanza che purifica e conserva. Prima della vite e dell’uva fu il miele fermentato nell’acqua ad addolcire i visi, a produrre l’effetto momentaneo e divino di sciogliere i cuori dai pensieri immediati, di rapirli verso l’alto e il profondo. La storia dei ladri di miele, puniti e trasformati in uccelli, che racconta Antonino Liberale (II sec. d. C.) in un catalogo di leggende, definisce un tempo e una scena sacra: la caverna dove nasce Zeus, le api che lo nutrono, le fasce su cui nessun mortale può posare gli occhi, i bagliori che provengono dal fondo quando, ad una certa data, il sangue rimasto dal parto “trabocca”.
Il sorgere mattutino del Cane
Indizio, quest’ultimo, dell’apice di una festa che si teneva all’interno della grotta, in cui l’idromele era tutt’uno con il sangue divino, percepito come un umore chiaro e lattiginoso, una sorta di liquido amniotico, primordiale. La bevanda era preparata mescolando acqua e miele in un otre di pelle, esposto per quaranta giorni ai raggi cocenti del sole, nel periodo del sorgere mattutino di Sirio, la costellazione del Cane. L’evento segnava il capodanno in molti santuari della Grecia. Una coincidenza che puoi spiegare solo collegando quel dono ancora gratuito, rubato dai favi selvatici, con la fermentazione. In questo processo, associato ai giorni di maggior caldo, si ravvisava la forza iniziale, l’atto creativo: Zeus fortificato dal miele, fonte di vita, e la bevanda che agisce per simpatia, offrendo la dolce ebbrezza di un possibile inizio.
In un’epoca successiva, quando la vite si è già diffusa nel Mediterraneo, altri fatti straordinari accompagnano le gesta del primo apicoltore. Aristeo è un eroe civilizzatore che inventa l’arnia e la mistura di vino e miele, ma soprattutto, è qualcuno capace di far rinascere le api. E come per l’idromele, tutto si compie quando in cielo brilla Sirio. In quel caso, la fermentazione rappresenta il modo con cui si manifesta l’irresistibile forza della natura, mentre in questo lo stesso ruolo rivelatore è assunto dalla putrefazione. Per sottolineare l’ardore del Cane, aveva anche disposto che la costellazione fosse salutata “con le armi” sacrificando una vittima. E, come si conviene a un animo grande, era sempre lui a far soffiare i venti Etesii, capaci di mitigare i calori estivi.
Virgilio, nelle Georgiche, così descrive il procedimento rituale: Aristeo sacrificò quattro tori insieme a quattro vacche. Dopo nove giorni, dalle viscere degli animali prendevano il volo sciami di api. In un autore latino più tardo, Cassiano Basso, le disposizioni si arricchiscono di un impianto architettonico. Il numero quattro che simboleggia le quattro direzioni cardinali, lo spazio definito, si ripropone nella costruzione di una casa vera e propria, a forma di cubo, con tre finestre e una porta. Qui, è ucciso con un colpo di clava un manzo di trenta mesi in modo da non spargerne il sangue. Il corpo sigillato, chiuso ogni orifizio, si trasforma in un otre che ne contiene tutti i liquidi. Bisogna, poi, attendere quattro settimane e dieci giorni, per vedere la casa ricolma d’api.
Fuoco in cielo e in terra
Penso a questi racconti, al procedere del mito per salti e grumi di idee, all’emozione improvvisa che suscitano, quando ripartiamo lasciando l’alveare in piena attività, toccato dai primi raggi di sole. Per Stefano e Taco che hanno spostato le quarantaquattro arnie, stare di nuovo seduti nel camion, guidato lentamente, reca una sensazione reciproca di gratitudine, di cosa ben fatta. Posso paragonare la loro conversazione al brusio delle api. Da tempo, quello è la loro arnia. Scesi nella piana, dove ogni incrocio ha la sua rotonda per il traffico, un punto vuoto che le automobili costeggiano all’infinito, andiamo verso un vuoto maggiore: il padule di Bientina. La strada sterrata s’insinua nei boschi, tagliati da rettangoli di girasoli. Ci aspetta un’altra radura, molto ampia, circondata da alberi che danno l’idea di contenere anche un pezzo di cielo. In quell’ora centrale del mattino, le foglie sembrano prese in uno scintillio costante, estensione visiva del fervore di voli che copre il prato. Come un’istantanea liberata dai ricordi, rivedo il pulpito di luce che preme nella cupola romana di Sant’Ivo alla Sapienza, disegnata da Borromini. Un biancore elettrico, un movimento di luce e archi. Musica che si coagula, danza d’api (o tafani) emblema della famiglia Barberini. Metto, allora, il dito nel miele, steso sopra il telaio, guancia dorata che cede e resiste: un miele di tiglio e girasole. Di nuovo un profumo che deglutisco piano, assaporato come si assaporano le parole inaspettate. Per averlo colto direttamente dal bordo delle cellette è anche caldo, un tiepido fuoco che si scioglie in fondo alla gola. Volando nella luce e piegandosi sui fiori, le api trasmettono l’energia che risveglia. Sono insieme al fiore un vocabolo del sole. Per questo tutte o quasi le profetesse erano dette api e come l’astro maggiore sanno saettare una parola che riscalda o brucia.
A bruciare, intanto, per un fuoco maligno sono gli stessi alveari, infestati dalla varroa jacobsoni. Bisogna vederlo al microscopio per capire la forma letale, il corpo tondeggiante di quest’acaro rosso bruno che aderisce come un neo all’addome delle api adulte e colonizza anche le covate, succhiando emolinfa dalle larve. Una doppia azione che indebolisce la famiglia, aprendo la strada ad altre infezioni. La sua dote è la tempestività, il perfido opportunismo. Riesce, infatti, a entrare nelle cellette poche ore prima che queste vengano sigillate, deponendo fino a sei uova, una di maschio e cinque di femmine, rendendo continuo il suo ciclo riproduttivo. Le api infette sono colpite nella loro stessa grazia d’insetti: accartocciate le ali, senza più volo. Finché era rimasta in Asia, la varroa conviveva su api più robuste, abituate all’ospite. Chissà se la terra fosse stata quadrata e non sferica, l’angolo avrebbe tenuto al di là l’esotico viaggiatore?
ottobre 2007
Nicola Dal Falco