Letture

LE COSE (E LE ROSE) NON SONO MAI QUELLO CHE SEMBRANO

C’era una volta sulla Riviera Ligure, una William Shakespeare 2000, discendente dalla famosa rosa William Shakespeare, in vendita. La casa produttrice dichiarava, attraverso la voce del loquace venditore, di aver prodotto la William Shakespeare 2000 perché più robusta rispetto alla sua ascendente, una varietà nata nel 1985, che è risultata essere piuttosto delicata.
La William Shakespeare 2000 ha un profumo di rosa antica violento, le sue corolle rosso scuro hanno veramente a che fare con i migliori velluti che Natura produce e con i terribili oscuri che Caravaggio, contemporaneo del poeta, dipinse. L’ho acquistata in un giugno abbacinante di qualche anno fa, a causa di un impeto passionale del mio compassato marito che, sempre un po’ freddino all’idea di avere un roseto, appena ha visto quella truculenta cascata di fiori, l’ha voluta acquistare. Era nel suo vasetto d’ordinanza dal diametro di circa una trentina di centimetri, spilungona, due metri, e stracarica dei suoi meravigliosi fiori, così grandi e pesanti da essere in posizione ripiegata, quasi dolente, la osservavo mentre nel frattempo il venditore non faceva che dirmi “Guardi com’è robusta, guardi che fioritura, sta acquistando una velocista, una campionessa.”
C’era proprio da chiedersi se intensificare così l’attività vitale di una pianta per renderla più occhieggiante il compratore, avesse senso, ma il marito non sentiva ragioni.
Una volta a casa la campionessa è stata immediatamente reinvasata, l’ho addossata al muro di una pergola in pieno sole, ma per non traumatizzare la nuova arrivata l’ho dotata della mezz’ombra di un canniccio.
In pochi giorni la rosa ha perso tutti i petali dai suoi già moribondi ma sempre spettacolari fiori, e poiché è rifiorente ho atteso tutta l’estate qualche nuovo bocciolo che facesse capolino, ma purtroppo niente, lei era immota, non morta ma neppure viva, come in sonno. Forse avevo sbagliato posizione o vaso. Poi avendo l’autunno ceduto il passo all’inverno, l’ho protetta con juta e plastica e ho atteso, tra rimorsi e rimpianti, la stagione successiva.
La primavera dopo, nel fervido rigoglio della pergola soleggiata, la rosa sonnambula era sempre uguale a se stessa, attonita davanti alla vita.
“Ora basta, adesso la sposto”, mi sono fatta coraggio e non solo le ho cambiato posizione ma l’ho tolta dal vaso e messa nella terra, libera di cercarsi le sostanze nutritive giuste che io non ero riuscita a darle.
Carica delle migliori speranze, ho individuato una bella posizione soleggiata presso la scala che porta al frutteto, le ho pure comperato un arco in ferro battuto perché avesse la sua body guard contro il vento che qui non è mai molto galante.
E’ quasi inutile dire della grande buca, del letame maturo, della terra grassa intorno al suo pane radicale, tutto dedicato a lei. E ancora ho atteso. A giugno, a un anno esatto dall’acquisto, la signorina era ancora così, come l’avevo piantata, apatica, né un segno di vita né, per fortuna, di morte.
Invece, l’arco di ferro battuto senza un virgulto o un bocciolo che lo orni, nel suo stile vagamente militare, era deprimente, anzi peggio, visto che l’ex campionessa-velocista lì accanto sfoggiava grandi spine nude degne di un’incisione medioevale sui cilici e sulle correzione dei vizi capitali. Osservando quell’insieme alquanto brutto e sconfortante, mi sono segnata sul taccuino mentale due cose da non fare mai più: una, non comperare una rosa in Riviera, magari abituata a climi da serra che qui nel Basso Piemonte può solo sognare (per questo forse sembrava la bella addormentata?); istruzione numero due: non farsi mai più abbindolare dall’acquisto di uno stupido arco, quando non si è più che certi che la pianta che dovrebbe ricoprirlo sia una climber da primato olimpionico.
Occorreva una soluzione, urgente, la prima che mi fosse venuta sotto gli occhi. Si chiamava Ipomea, campanella rampicante, quattro-cinque metri di altezza e rigogliosità garantiti, varietà dai fiori grandi blu-viola, ne vendevano i semi in busta a una bancarella.
Così, non avendo perso le speranze di vedere un giorno rinascere la bella addormentata, la cui fiaba in un libro di quando ero bambina s’intitolava – strana coincidenza! – Rosaspina, ma volendo lo stesso abbellire lo spazio tra orto e frutteto presieduto dalla corazza vuota di re Gradasso abbinato alla frusta del Grande Inquisitore, ho seminato, nella stessa zolla della William Shakespeare 2000, l’Ipomea.
E infatti, complici terra buona, letame, calore e luce in quantità e alcuni adeguati acquazzoni estivi, ecco germinare le piantine di Ipomea che in quaranta giorni erano già un metro, dopo un altro pugno di giorni alti come la Shakespeare, a fine agosto i primi fiori, semplici ed eleganti anche se senza profumo, avvinti sull’arco di ferro e su se stessi, tanti, una cascata di azzurro blu elettrico, quasi irreale in quello sfondo di fogliame cupo e di frutta turgida.
Nessuno saprà mai se era finalmente giunto il suo momento o se un principe notturno fosse venuto a baciarla o ancora se l’umile Ipomea con le sue radichette l’avesse risvegliata dal torpore o le avesse fatto un solletico insopportabile, il fatto è che anche la rosa ha cominciato di nuovo a vegetare in corrispondenza del massimo sviluppo dell’Ipomea, e quando la campanella a fine ottobre ha chiuso il suo portentoso ciclo di fioritura e di vita ha lasciato come traccia della sua cavalcata estiva molto di più di un ricordo: alcuni teneri getti e un bocciolo di William Shakespeare 2000, finalmente. Con la lentezza che ormai avevamo imparato a conoscere di lei, abbiamo potuto festeggiare in un fine autunno ancora mite, a quasi un anno e mezzo dal momento del suo acquisto, una rosa meravigliosa, nella sua perfetta divisione interna in quattro parti formate da tanti piccoli petali in tutti i colori del rosso scuro, velluto, broccato, sangue vivo.
Lontano dal frutteto, in una parte di casa che non ho ancora ristrutturato c’è un’altra rosa, bianca e rampicante, che non ha un nome altisonante, ma in quanto a personalità non teme confronti.
Anche questa rosa sembrava una cosa e ne è almeno anche un’altra. Era un mozzicone di circa due palmi già un po’ secco, caduto dietro un espositore di vasi, non so da quanto tempo fosse lì. Il vivaista che stava per buttarla via, davanti alle mie rimostranze me l’ha regalata, invece di farmi lo sconto abituale, e crepi l’avarizia!
L’ho adagiata nel bagagliaio insieme all’ondata di lobelie e di portulache che avevo appena acquistato e che vengono ogni anno a rallegrare il portico e i bordi del giardino. In mezzo a quel tripudio di colori sembrava ancora più rinsecchita, ho fatto il viaggio di rientro inveendo contro il vivaista e contro di me, inguaribile crocerossina delle cause perse. L’ho messa subito in un vaso di terracotta di medie dimensioni, con la stessa speranza di vederla rivivere pari a quella di aver piantato nella terra uno spazzolino da denti. Dopo una sola settimana ha mostrato di essere ben viva con un unico getto venuto fuori improvvisamente, tutto in una notte. Adesso è in una cassa di legno alta e profonda, in posizione soleggiata ma protetta dal vento, è diventata circa cinque metri in due anni, il muro in pietra del decrepito rustico alla quale è addossata è decisamente ringiovanito e abbellito da quando c’è lei. Durante tutta l’estate sboccia in fiori bianco-crema grandi a palloncino, che sono molto eleganti in bocciolo ma che una volta aperti si squadernano fino a diventare una disordinata massa di petali e petaluzzi, tanto è che in casa la chiamiamo affettuosamente la Scarmigliata.
L’estate scorsa, la Scarmigliata ci ha messo a parte di un’altra sua originalità: a metà stagione si è messa a fare sul ramo più lungo i suoi soliti fiori spettinati, mentre su altri getti nuovi produceva copiosamente fiori bianchissimi a cinque petali. Una sola rosa, due tipi di fiore. Ho indagato tra vivaisti esperti e vicine di casa che hanno rosai, la spiegazione sembra più sorprendente del fenomeno, la pianta potrebbe aver “consumato” la sua ibridazione e da quel momento aver ripreso a produrre il suo semplice fiore di quando era selvaggia. Dovrei tagliare i getti ultimi per mantenere l’ibridazione, il pericolo infatti è che la forza della pianta vada poi tutto verso la sua natura primigenia interrompendo per sempre l’effetto dell’intervento umano, ma non credo che la poterò, vada come vada, la Scarmigliata è bella lo stesso, fa solo sorridere che sia elegante nella sua versione “popolana” e cenciosa nella sua versione blasonata. Anche ora che è completamente spoglia sotto la neve, si può notare la sua duplice anima, nei rami “nobili”, alcune bacche arrotondate e violacee, in quelli selvatici i tipici cinorrodi rossi e oblunghi della rosa canina.
Da qualche anno, al confine con il boschetto, in bella mostra su un dirupo è nata una rosa canina che è diventata un cespuglio di ragguardevoli dimensioni, poiché sono ghiotta dei suoi cinorrodi apri e saporiti, ogni tanto la vado a trovare nonostante la posizione impervia, soprattutto tra novembre e dicembre, quando sono maturi e leggermente ammorbiditi dai primi freddi.
L’altro giorno, era appena nevicato,  e con l’ottima scusa che la rosa canina ha in sé un concentrato di vitamina C, utile contro i raffreddamenti, mi sono inerpicata fino a raggiungerla.
Lei è una grande spadaccina, con i suoi lunghi rami pieni di spine ragguardevoli, respinge il nemico, duella contro tutti i possibili disturbatori, me compresa, se no perché avrebbe scelto come sua dimora il confine più inaccessibile della mia proprietà? Cerco di evitare le sue aggressioni scostando con pazienza ognuno dei rami più lunghi per arrivare agli altri, quelli centrali più corti e con più cinorrodi. Al modico prezzo di qualche graffio, ne riesco a cogliere una manciata, li spezzo a metà per ripulirli dall’interno peloso, gli acheni, i veri frutti della rosa, fastidiosissimi al palato. Poi finalmente li gusto. Delizia.
Nell’iperuranio del piacere non mi accorgo che la neve del dirupo, sotto il mio peso si è sfaldata e sto cadendo all’indietro, quando la rosa selvatica dal carattere ostico, la spadaccina infallibile, la nemica, aggancia con le sue spine adunche il mio giaccone e mi trattiene in equilibrio sul ciglio della scarpata, da dove posso ridiscendere, con molta cautela questa volta, sana e salva.
Ilaria Beretta
Fine inverno 2010-2011