Orti condivisi e terapeutici

DA CASCINA BOLLATE

Cosa c’è di nuovo‍? Come è andata l’estate?

[Tocca abituarsi] Questa è stata l’ultima di un filotto di estati

caldissime, dicono la più calda. Al di là dei pensieri sull’emergenza climatica e delle imprecazioni che tutte le mattine si dovrebbero rivolgere ai negazionisti, forse è arrivato il momento di dirsi che il giardino-paradiso del mondo ce lo siamo giocati, quantomeno per due o tre mesi all’anno. Sperando che non aumentino. Come se giardino, terrazzo o balcone diventassero una sorta di emergency room per tutte quelle piante che nel tempo abbiamo scelto, curato ed amato. Chissà se sarà mai possibile farci l’abitudine.

Ortensie avvizzite, rose orrende, arbusti con le orecchie basse, erbacee perenni e annuali ridotte in poltiglia. Solo le macroterme sono

abbastanza indifferenti. Hanno anche un loro senso ma per ora è

piuttosto faticoso immaginare un giardino estivo fatto di pabio (Setaria viridis), gramigna (Cynodon dactylon) e erba kikuyu (Cenchrus clandestinus).

Con un occhio al meteo e l’altro al giardino ci si lamenta e si aspettano pioggia, notti fresche e temperature meno infernali. Forse oltre a lamentarsi sarebbe una buona idea fare massa critica e chiedere che la politica (italiana, europea e mondiale) metta in agenda il tema del cambiamento climatico: vi viene da ridere, vero? E che ciascuno faccia la propria parte sul consumo di acqua, sul consumo di suolo, su come ci muoviamo, su cosa mangiamo, su cosa compriamo, su tutte quelle scelte quotidiane che rischiano di trasformare la nostra vita in un inferno.

Finito il momento anatema, passiamo a quello casalinghitudine.

Tagliare i fiori appassiti e in buona misura anche i nuovi boccioli: operazione dolorosa ma si sa che i fiori un po’ idrovore sono.

Per arbusti molto provati da caldo e siccità potare o ridurre solo i rami più vecchi, quelli male orientati e i più deboli. E ricordarsi che molti e diversi sono gli stratagemmi che una pianta adotta per difendersi dalla canicola. Alcune specie preferiscono andare a riposo in estate, altre si spogliano quasi del tutto delle loro foglie per preservare rami e radici dalla disidratazione e altre ancora orientano il loro apparato fogliare verso il basso per esporre una superficie minore ai raggi del sole e ridurre così la dispersione di acqua.

Bagnare tanto e a fondo ma con intervalli più lunghi tra una volta e l’altra per abituare le radici a scendere in profondità e cercare lì l’acqua che serve. Evidente che l’irrigazione automatica è una soluzione comoda ma non ideale: occorre integrare con innaffiatoio o canna dell’acqua.

Non dimenticare le riserve idriche fai-da-te. Scavare vicino al ceppo una conca che raccolga l’acqua in modo che non si disperda ma si infiltri lentamente nel terreno. La stessa operazione si può fare con gli alberi realizzando dei fori profondi lungo il perimetro della chioma e riempiendoli pazientemente di acqua.

Superfluo concimare, utilissimo pacciamare per limitare la disidratazione del terreno.

Altra precauzione: quando una pianta sembra completamente secca, forse morta, non farsi prendere da una furia distruttrice e tagliare tutto. Meglio venire a patti con lo spettacolo desolante e aspettare (i giardinieri zen sono sempre meglio dei forzati del decespugliatore) che caldo e siccità si plachino e le gemme abbiano voglia di metter fuori il naso e vedere se tira un’aria migliore. Solo allora è il momento di tagliare le parti secche.

Dimenticatevi del prato e smettete di bagnare: le graminacee che lo compongono si abituano ai regimi secchi, ingialliscono ma restano vive in attesa di tempi migliori. Alzate il taglio del rasaerba o – molto meglio – smettete di tagliare: l’erba alta protegge il terreno dalle alte temperature e serve da pacciamatura.

Arrendetevi alla realtà e se avete piante che non sopportano la canicola (il termine è vetero ma non se ne può più di sentir parlare di ondate di calore), rinunciateci.

Se avete una zona d’ombra difendetela con le unghie e con i denti.

Sfogliate cataloghi, cercate on line e sui libri, affidatevi al passaparola, sperimentate altri generi, altre specie e provate – voi e le vostre piante – a sopravvivere dignitosamente ai tempi grami cui andiamo incontro.

[Aggiungi un posto in tavola] Chiamatela pausa pranzo, petit déjeuner sur l’herbe o con il nome che vi sembra più adatto vista la location: il carcere. In realtà per noi – liberi cittadini e cittadini privati della libertà – quello è un momento di chiacchiere su lavoro e varia umanità. Ma soprattutto è per tutti un momento di normalità. Quella normalità che nelle carceri italiane quasi non esiste se non in (rare) situazioni di eccellenza che – alla fine – diventano una grande foglia di fico dietro la quale nascondere le condizioni inumane di detenzione, sovraffollamento e sopraffazione che vigono nelle carceri italiane.

Anche e soprattutto di normalità ha bisogno la vita delle persone detenute – sottolineando moltissimo il termine persone – che durante il periodo della pena dovrebbero prepararsi a rientrare nel mondo: il nostro, quello di cui tutti facciamo parte, con o senza reati sulle spalle. E questo pranzetto sotto una tenda sbrindellata e circondata da piante diminuisce un po’ l’arsura e migliora l’umore: ci farebbe piacere invitare anche voi.

In un attimo capireste che a quel tavolo dovrebbe sedere un convitato di pietra, sia esso il ministro della giustizia o il capo della direzione dell’amministrazione penitenziaria. Magari potrebbe anche cambiare idea sul carcere a 5 stelle, sulla presunzione della capacità di intendere e volere di un minorenne autore di reato e su tutte le aberrazioni dette e messe in pratica negli ultimi anni sul tema carcere.

Post scriptum:

Per chi non lo ricordasse, l’Italia è già stata condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo per trattamenti inumani e degradanti a causa della mancanza di spazio vitale nelle celle (sentenza Torreggiani, 2013) e a oggi gli uffici di sorveglianza registrano migliaia di reclami da parte dei detenuti, superando i livelli storici che portarono alla sentenza del 2013.

[Meglio tardi che mai] La newsletter di Cascina Bollate si è presa una lunga e involontaria pausa per quasi tutto il 2026. Adesso riprende, si spera con una certa regolarità.

La vacanza forzata è stata determinata da un accavallarsi di impegni, complicazioni e opportunità che, volenti o nolenti, possono accadere quando si lavora in un vivaio in carcere. Inutile far finta di niente: è stato un periodo di assestamento, con l’arrivo di quasi il 100% di persone nuove che hanno dovuto prendere dimestichezza con modi e tempi di lavoro carcerari. Li conoscerete tutti, appena il vivaio riapre: come al solito il mercoledi e il venerdi e un sabato al mese. E tra i tanti volti nuovi, ce n’è uno un po’ meno nuovo degli altri: lo avete visto a Orticola, a Masino e in tantissimi altri posti, oltre che nel suo vivaio a Ivrea. È Filippo Alossa: da qualche mese lavora con Cascina Bollate ed è il (nuovo) responsabile del vivaio e di un sacco di altre cosette: châpeau.

Morale: ci siamo rimessi in carreggiata. Queste quattro righe servono a dirvelo e soprattutto a ringraziare le insospettabilmente numerose persone che hanno mandato mail chiedendo cosa era successo, se li avevamo bannati e perché ci eravamo trincerati nel silenzio.

La vostra sollecitudine ci ha riscaldato cuore e cervello. Quindi, grazie!

[Un’erbaccia è un’erbaccia è un’erbaccia] Si rivolterebbe nella tomba la povera Gertude Stein se vedesse le rose del vivaio, altro che ‘Una rosa è una rosa è una rosa’ (da Sacred Emily, 1913).

Per fortuna noi siamo giardinieri e non poeti. L’esperienza ci insegna che se una rosa è colonizzata dalle erbacce (in questo caso, Erigeron bonariensis) non muore, anzi. Le erbacce la proteggono dalle botte di secco perché trattengono l’umidità e mitigano i raggi del sole. Morale: se non ci preoccupiamo noi perché dovreste preoccuparvi voi delle vostre rose sommerse dalle erbacce? Prendetevela comoda e piuttosto pensate a quanto è strampalata la percezione umana della natura. La chiamano plant blindness, gli anglosassoni, alludendo alla cecità verso il mondo vegetale che ci circonda. Non ci accorgiamo delle piante, non le capiamo né ci interessiamo ai loro modelli di vita, non siamo per nulla curiosi di quello che accade tra chioma e radici. Il velo si squarcia solo quando vediamo le erbacce: siamo razza padrona e la natura deve corrispondere al nostro ideale e deve rispettare la gerarchia uomo-animale-pianta. Quindi strappare, diserbare e se è possibile bruciare. Circa lo stesso meccanismo con i fiori: con le erbacce poliziotto cattivo, con i fiori poliziotto buono. Ma sempre poliziotto. Il geranio che ricade, le rose che rifioriscono, le azalee per la festa della mamma sono sdoganate e si consumano senza farsi troppe domande. Come una coca cola, un vestitello estivo o un paio di mutande.

Detto questo, forse per avere delle belle rose in estate bisogna augurarsi la glaciazione del pianeta…

Nella foto: un ibrido di Rosa moschata nel carcere di Bollate (ph. Sofia Ronchini)

IL 23 SETTEMBRE RIAPRE IL VIVAIO

SOLITI GIORNI, SOLITO ORARIO E SOLITO SABATO, L’ULTIMO DEL MESE

Per chi non lo sapesse: apertura mercoledì e venerdì pomeriggio dalle 14 alle 18 (ultimo ingresso alle 17,00). Si entra solo allo scoccare dell’ora (più o meno e circa sono locuzioni che non appartengono alla vita carceraria). Quindi alle 14 – 15 – 16 e 17 troverete un volontario di Cascina Bollate che vi aspetta all’ingresso.

Apertura anche l’ultimo sabato del mese: a settembre, il 26, con ingresso alle ore 10 – 11 – 12 (ultimo orario possibile). Il vivaio chiude alle 13.

Non è necessaria alcuna autorizzazione per entrare, ma un documento valido sì.

Si entra ogni ora (alle 14,00, alle 15,00, alle 16,00 e alle 17,00) accompagnati da un volontario di Cascina Bollate. Poi, potete fare con calma e stare in vivaio, se vi fa piacere, fino all’orario di chiusura: le 18,00. Se invece avete fretta, cercheremo di farvi uscire rapidamente, ma non è detto che ci riusciamo: potreste aspettare fino all’orario dell’ingresso successivo. Scusateci ma in carcere a volte la logistica si scontra con la logica.

Una volta al mese, il vivaio è aperto anche il sabato dalle 10,00 alle 13,00, sempre con ingresso (puntuale!) alle 10, alle 11 e alle 12, ultimo orario.

IL 19 e 20 SETTEMBRE

CASCINA BOLLATE SARÀ

A HORTI APERTI

Orti del Collegio Borromeo, a Pavia

“Non c’è niente che sappia di morte più del sole d’estate.”

Cesare Pavese ‘Il diavolo sulle colline’ Einaudi, 1949

CI SENTIAMO TRA UN MESE.

GRAZIE DI AVER LETTO FINO A QUI.

Siamo il vivaio nel carcere di Bollate a Milano.Cascina Bollate è una cooperativa sociale in cui lavorano giardinieri liberi e giardinieri detenuti che imparano un mestiere che dà un senso alla loro pena, finché sono dentro e una chance al loro futuro, quando usciranno. Perché imparare un lavoro in carcere è un buon modo per non tornarci più.

www.cascinabollate.org