Orti condivisi e terapeutici

DA CASCINA BOLLATE


COSA C’È DI NUOVO‍

Considerazioni sul lavoro in carcere

[Todo cambia] Anno quasi-nuovo, vita nuova. L’idea è rivolgersi a tutti quelli che leggono questa newsletter senza magari aver mai messo piede a Cascina Bollate per raccontare loro qualcosa che riguarda soltanto le persone che nei giorni d’apertura vengono abbastanza regolarmente e continuativamente in vivaio a cercare piante e consigli. “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. La battuta forse più celebre del ‘Gattopardo’ (Giuseppe Tomasi di Lampedusa, 1958 ed. Feltrinelli) aveva tutt’altro significato e tutt’altra urgenza: dietro a quelle parole premeva la storia, per noi è solo la vita di tutti i giorni. Chi verrà in vivaio nel 2026 (riapriamo il 13 marzo) troverà che quasi tutto è cambiato, ma – state sereni – niente è cambiato. Infatti di tutti i detenuti-giardinieri che c’erano ne sono rimasti solo due. E anche il vivaista (fine botanico), più e più volte citato in queste newsletter per la competenza ma soprattutto per la passione sconsiderata per erbacee e non solo (a fasi alterne dai Geranium al Lilium formosanum), anche lui è in viaggio verso altri lidi. Con la differenza che per sua fortuna è un uomo libero e può andare dove vuole, mentre gli altri no. A far la sua parte – quella del vivaista che mercoledì e venerdì pomeriggio accoglie i visitatori con un sorriso e li porta a spasso per il vivaio raccontando vita, morte e miracoli di piante e di carcere e condividendo conoscenze e esperienze – ci saranno un paio di “superstiti” di Cascina Bollate, per fortuna non del tutto provati dagli anni e propensi, come il fine botanico di cui sopra, a far cultura (se così si può chiamare la conoscenza del giardino e non solo) piuttosto che soltanto bottega. E insieme a loro ci sarà qualche giovane professionista che – come è stato per alcuni di quelli che hanno lavorato a Cascina Bollate (liberi e detenuti) – nel vivaio dietro alle sbarre ha affinato il mestiere di agronomo/a oppure giardiniere/a, paesaggista o vivaista. Perché sì, è un vivaio, ma non funziona esattamente come tutti i vivai: ci lavorano giardinieri ma soprattutto detenuti – circa il 60% delle persone assunte – che con il lavoro non solo guadagnano ma provano a dare un senso alle giornate piene di vuoto tipiche della vita dietro le sbarre.

Il carcere costa alla società ma costa anche ai suoi ospiti, senza per questo essere un hotel a cinque stelle. Costa il sopravvitto, cioè tutto quello che la casanza (in gergo, la prigione) non fornisce, costa un materasso meno orrendo di quello in gommapiuma che è passato di corpo in corpo. Tutto costa. Non bastano le mercedi (in gergo, lo stipendio) di chi riesce a fare lo scopino, lo spesino, lo scrivano o il lavorante (in gergo, il lavoratore) alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria. È la famiglia fuori – segnatamente mogli, sorelle, madri – che arriva a colloquio, lascia dei soldi all’apposito ufficio, porta cibi, vestiti puliti e tutto quello che è concesso dal regolamento. Insomma, circa qualunque detenuto – ci fosse abbastanza lavoro – per vivere potrebbe fare indifferentemente il giardiniere, l’elettricista, l’informatico o il cuoco: esattamente come succede fuori. Ma non è solo questo. Il lavoro consente di creare relazioni differenti da quelle tipiche da galera: con i concellini (in gergo, i compagni di cella), con i poliziotti, con gli educatori, con i familiari. Il panorama cambia, si conoscono e magari si fa amicizia con perfetti sconosciuti – colleghi di lavoro e/o volontari – come se quel posto di lavoro non fosse in carcere, ma fuori o quasi. Poco alla volta molti – ma non tutti, in omaggio alla verità e al libro ‘Cuore’ – cominciano a interessarsi effettivamente a come si coltivano le piante, alle talee, alle potature etc etc. E cominciano a pensarsi come giardinieri. Questo è quello che è successo in passato e succederà tra poco: quelli che arriveranno (perché di questo qui si parla, delle nuove persone che arriveranno) per circa 8 ore e 5 giorni alla settimana faranno una vita normale, si guarderanno intorno e con il passare del tempo e un po’di fortuna concentreranno la propria attenzione sulla Asarina scandens più che sulle sbarre alle finestre. Il che non significa rendere gradevole la galera, ma considerarla un passaggio della vita durante il quale è possibile pensare a una seconda chance.

[A proposito di darsi la pena di leggere] Sarebbe bello ma noiosissimo nascere imparati, così se qualcuno approfitta della stagione e si appresta a potare e/o piantare rose (anche a radice nuda), suggerisco la lettura di alcuni passi scelti di Peter Beales, uno tra i massimi esperti di rose del XX secolo. Con una premessa, però. Il giardinaggio non è una scienza esatta e spesso vale tutto e il contrario di tutto, per fortuna. Quindi, anche sulla potatura, laici.

Secondo Beales – che è uno che ne sa – nel primo anno dopo l’impianto di rose antiche, moderne, rampicanti e sarmentose la regola d’oro è potare come se non ci fosse un domani, circa al terzo o quarto occhio (la gemma ancora in nuce) di ogni ramo. Il senso è incoraggiare la nuova vegetazione a crescere il più vicino possibile alla base della rosa in modo da dare alla pianta una struttura forte e ben formata per il futuro. L’anatema di Beales contro i potatori timidi si applica anche alle rose a radice nuda: prima di tutto potare. Poi accertarsi che il punto d’innesto sia almeno 2,5 cm sotto il livello del suolo per dare stabilità alla rosa e limitare la crescita dei polloni. Non tutti concordano, però: il punto d’innesto fuori terra indurisce e lignifica in fretta e toglie vigorìa ai polloni. Provare, riprovare, sbagliare e imparare dagli errori: non sta scritto da nessuna parte, ma questa potrebbe essere la strada per andar d’accordo con le piante.

[Castagni, rondini e buddleje: chi fa primavera e chi no] In vivaio, uno dei primi segnali della fine dell’inverno sono i germogli – chiusissimi – di Buddleja officinalis. Non abbiamo il Sautier du Conseil d’État – ovvero l’ufficiale del Gran Consiglio di Ginevra – che ogni anno di questi tempi osserva il marronnier (cioè il castagno prescelto) sulla Promenade de la Treille e appena vede schiudersi la prima gemma decreta l’inizio della primavera. La tradizione dura dal 1818 e a noi l’ha rivelata una volontaria di Cascina Bollate che ci ha beccato a scrutare le gemme di Buddleja officinalis un po’ come si fa con le rondini in cielo che, per quanto non facciano primavera, almeno un po’ la fanno sperare. Nel vasto e discusso mondo dell’Albero delle farfalle (ne fanno parte anche le Buddleja davidii, considerate da molti una delle sette piaghe d’Egitto), B. officinalis è abbastanza atipica: fiorisce molto presto, a cavallo tra inverno e primavera, è profumata ma per nulla delicata (tranne che potrebbe aversene a male se la temperatura scende sotto i – 5°C). Insomma, questo è il suo momento: tanto che (forse) la porteremo sul nostro banchetto alla mostra del FAI a Villa Necchi (Milano).

Nella foto: Buddleja officinalis

Aglio e fravaglio, corna e bicorna:

VENERDI 13 MARZO RIAPRE IL VIVAIO

Soliti giorni, soliti orari. Mercoledì e venerdì pomeriggio dalle 14 alle 17, con ultimo ingresso alle 16,00: il sole cala troppo presto per tirar tardi….

Il vivaio infatti chiude alle 17.

Si entra solo allo scoccare dell’ora (più o meno e circa sono locuzioni che non appartengono alla vita carceraria). Quindi alle 14, alle 15 e alle 16 troverete un volontario di Cascina Bollate che vi aspetta all’ingresso.

Apertura anche l’ultimo sabato del mese: a marzo, il 28, con ingresso alle 10, 11 e 12 (ultimo orario possibile). Il vivaio chiude alle 13.

Non è necessaria alcuna autorizzazione per entrare, ma un documento valido sì. Più qualche precauzione: ecco quale.

“Bianco neve: il più puro dei bianchi, libero da ogni commistione, assomiglia alla neve che cade.

Grigio verde è il colore della cenere con un pizzico di verde smeraldo, un poco di nero e di giallo limone.

Nero inchiostro è come un velluto nero con una piccola porzione di blu indaco.

Blu oltremare è composto da blu di Prussia e azzurro in parti quasi uguali.

Verde smeraldo contiene blu di Prussia e giallo Cambogia in ugual misura.

Giallo zafferano è un giallo Cambogia cui si aggiunge nella stessa quantità il colore della bile.

Rosso scarlatto è quello del sangue arterioso con una punta di giallo Cambogia.

Terra d’ombra è il colore della castagna con un poco di marrone nerastro”.

Patrick Syme ‘Werner’s nomenclature of colours’ Natural History Museum, 2017 Pubblicato per la prima volta nel 1814 è un classico della tassonomia dei colori.

Sono 110 i colori messi a confronto con il mondo animale, vegetale e minerale.

CI SENTIAMO TRA UN MESE.

GRAZIE DI AVER LETTO FINO A QUI.

Siamo il vivaio nel carcere di Bollate a Milano.

Cascina Bollate è una cooperativa sociale in cui lavorano giardinieri liberi e giardinieri detenuti che imparano un mestiere che dà un senso alla loro pena, finché sono dentro e una chance al loro futuro, quando usciranno. Perché imparare un lavoro in carcere è un buon modo per non tornarci più.

www.cascinabollate.org