Orti condivisi e terapeutici

DA CASCINA BOLLATE

Cosa c’è di nuovo /Ottobre

[Pedagogia carceraria] L’assunto da cui si parte è che a giardinieri e vivaisti piacciano le piante. Ma un vivaio in carcere deve per forza farsi piacere almeno un po’ pure la galera, in particolare chi la abita. Per questo ci auguriamo che questo tipo di lavoro non solo possa creare una seconda chance ma aiuti anche a stabilire una relazione amicale con la natura che, di questi tempi, dovrebbe essere un obbligo per tutti. E non solo per i galeotti. I detenuti che lavorano a Cascina Bollate non sono dei forzati del decespugliatore ma neanche degli esecutori di tutti gli ordini che arrivano da un dispotico “Tu sai chi”. Già il tema delle gerarchie è abbastanza complicato nella vita. In carcere, se va male, può diventare una sorta di pentola a pressione in cui sobbollono abuso, coercizione oppure paura, passività e infantilizzazione. Detto in maniera grossolana, il detenuto in genere ne sa più di reati mentre il vivaista ne sa più di piante. E questo significa che per lavorare decentemente più dell’autorità che non ammette repliche conta il rispetto reciproco che consente di attivare uno scambio di idee, informazioni e esperienze per decidere cosa bisogna fare e capire come farlo.

Ma qui casca l’asino. La maggior parte dei giardinieri (dal neofita in su), che sia in galera o viva felicemente in libertà, agogna regole assolute che, se infrante, portano con sé problemi e sventure (“Tu sai chi” alberga dentro di noi…). Difficile darsi pace e accettare che la stessa cosa si possa fare in modi diversi in relazione a situazioni, tempi e obiettivi diversi. Ad esempio, a fine estate, si possono fare un paio di operazioni: prima scerbare sradicando le erbacce e poi tagliare gli steli con i fiori appassiti. Ma volendo, c’è un’altra opzione, utile soprattutto quando le infestanti sono troppe (cosa che da noi in vivaio capita ogni due per tre) e la pianta sta nello stesso vaso da parecchio tempo: togliere uno strato di qualche centimetro di terra nella speranza che oltre a sradicare le erbacce si riescano a eliminare pure i semi che stanno lì sotto, pronti a germogliare. Passaggio successivo: tagliare gli steli florali. Anche qui, c’è l’opzione B (per non parlare della C e della D): tagliare i fiori appassiti, ma con giudizio. Nel caso della povera Rudbeckia fulgida ‘Goldsturm’ il pensiero unico e la cesoia hanno avuto la meglio e i suoi capolini neri, che avrebbero potuto essere uno dei pochi segni distintivi del giardino d’inverno, sono stati eliminati. Questa di tagliare la testa al toro è una pratica comune che fa del giardinaggio un’operazione ripetitiva di ordine pubblico e toglie il piacere di godersi la libertà di fare o non fare in giardino.

Per fortuna stagione dopo stagione le Rudbeckia e i capolini neri dei loro fiori appassiti sono sempre lì. E guai a chi li tocca.

[Elogio del latino] Ahimè è la Saponaria officinalis a contenere saponina, la molecola che a contatto con l’acqua crea schiuma, non questo Petasites che è japonicus (originario di Giappone, Corea, Cina) e non saponicus. Che confusione, con la tassonomia di Linneo, il naturalista svedese che nel XVIII secolo si è messo a classificare gli organismi viventi. In latino: e come, se no? Così il giardinaggio è forse uno degli ultimi ambiti di quotidianità in cui il latino non è ancora una lingua morta: storpiata, spesso, ma viva e vegeta. Quali sono i criteri per cui un comunissimo garofanino si trova, nei vivai e nei sacri testi, sotto le vesti di Dianthus barbatus? In Italia è il Fiore dei poeti, in Francia ha un altro nome, Œillet des jansénistes (e non è la traduzione letterale) e in Inghilterra si chiama Sweet William. La sistematizzazione dei nomi delle piante funziona circa come quella delle automobili: il primo nome indica il genere (la marca dell’auto), il secondo la specie (il tipo di auto), il terzo la varietà (il modello: quattro porte, station wagon etc). Genere, specie e varietà permettono di individuare in maniera precisa una pianta senza correre il rischio di confonderla con un’altra, per quanto molto simile. Inoltre, spesso il terzo nome (quello della varietà) è un nome proprio.

Chi scopre una varietà o chi ibrida alcune specie per ottenere una nuova pianta a volte le dedica a qualcuno (ed ecco spiegata la rosa Soraya o, meno mondano, il genere Tradescantia, dedicato a Mr. Tradescant, celebre botanico inglese). La X indica l’ibrido: se è davanti al nome del genere (il primo) vuol dire che la pianta è il frutto di un’ibridazione tra due generi diversi. Se la X è tra il primo e il secondo nome (quello della specie) è il segnale che c’è stata un’ibridazione tra due specie differenti. E serve saperlo ai fini della riproduzione: i semi provenienti da ibridi molte volte sono sterili o danno luogo a piantine spesso assolutamente differenti dalla pianta madre. Una volta tanto, non tutto quello che in apparenza è difficile è anche inspiegabile. Ne è passato di tempo da Linneo e oggi la classificazione non si basa più solo sulle somiglianze morfologiche, ma sulle parentele evolutive (filogenesi), sulle analisi molecolari e genetiche etc etc. Sempre in latino, però.

[Ciclope o lestrigone?] Forse è un po’ ardito il paragone tra Polifemo e delle sneakers. E ancor di più quello tra Ulisse e una pianta senza nome cresciuta nel cemento. Saranno pure dei Nessuno, ma tutte e due ce l’hanno fatta. Di Ulisse non tocca a noi parlare, della pianta sì. È Oenothera speciosa: erbacea, perenne, vigorosa, cresce in qualsiasi terreno, regge bene il secco e si autodissemina con gran facilità. Probabilmente anche a Itaca.

[Quel che butta riesce?] Nessuno più semina: l’attesa e l’incertezza del risultato non sono esattamente la cifra del giardiniere normo-costituito. Il tema non è la sacralità della semina, la vita che nasce e tutto l’armamentario simbolico e ideologico connesso. La questione è molto più prosaica: cosa ce ne facciamo dei semi comprati, raccolti in giro e custoditi per anni in un cassetto? Capita abbastanza spesso che ce lo chiedano. Par brutto buttarli ma ancora peggio seminarli, ciascuno nel proprio vasetto, con etichetta e data per poi aspettare settimane che il maledetto mono o dicotiledone si faccia vivo. Anche se in vivaio ci è successo – soprattutto con le annuali – che semi risalenti circa alle Crociate abbiano germinato in un amen. Ma ci è successo anche il contrario con preziose bustine dell’era pre-Brexit (Inghilterra e Irlanda del Nord erano grandi produttori) conservate per anni un po’ a capocchia da qualche parte in serra. Con una certa regolarità troviamo ancora vasetti di semi raccolti chissà quando e bustine strapazzate dal tempo: di solito li mettiamo tutti insieme e li spargiamo in giro per il vivaio. A volte non è successo niente, altre volte nigelle e verbaschi sono spuntati nei posti meno prevedibili. Provateci. E preparatevi al peggio ma sperate nel meglio. E quella sì che è una botta di vita per il giardino.

IL VIVAIO È APERTO: Tutto come al solito. GIORNI, ORARIO E L’ULTIMO SABATO DEL MESE, il 31 OTTOBRE.

Per chi non lo sapesse: apertura mercoledì e venerdì pomeriggio dalle 14 alle 17 (con l’ora legale, l’ultimo ingresso è alle 16,00). Si entra solo allo scoccare dell’ora (più o meno e circa sono locuzioni che non appartengono alla vita carceraria). Quindi alle 14 – 15 – 16 troverete un volontario di Cascina Bollate che vi aspetta all’ingresso.

Apertura anche l’ultimo sabato del mese: a ottobre il 31, con ingresso alle ore 10 – 11 – 12 (ultimo orario possibile). Il vivaio chiude alle 13.

Non è necessaria alcuna autorizzazione per entrare, ma un documento valido sì. Più qualche precauzione: ecco quale.

“Troppo spesso […]hanno accettato la natura umana come un dato di fatto, cui bisognava adattare le condizioni esterne. La verità è, naturalmente, che le condizioni esterne modificano la natura umana, e che l’armonia tra le due va cercata mediante una reciproca reazione.”

B.Russell, “Freedom in Society”, George Allen & Unwin Ltd, 1928

CI SENTIAMO TRA UN MESE.

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Siamo il vivaio nel carcere di Bollate a Milano.

Cascina Bollate è una cooperativa sociale in cui lavorano giardinieri liberi e giardinieri detenuti che imparano un mestiere che dà un senso alla loro pena, finché sono dentro e una chance al loro futuro, quando usciranno. Perché imparare un lavoro in carcere è un buon modo per non tornarci più.

www.cascinabollate.org