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Una spinosa questione

26 novembre 2017

Alla fine di una torrida estate, come quella appena passata, la vegetazione selvatica è secca, gli alberi del bosco lasciano cadere a terra le foglie prima del tempo, segno che la linfa composta da acqua e zuccheri pompata dalle radici fin in alto non ha pressione sufficiente. Il sentiero è un tappeto di foglie dove far affondare i piedi e quella sorta di malinconia frusciante, che può colpirci quando vediamo, affascinati e impauriti, la Natura che affronta se stessa.
Il cielo sempre terso, una sorta di pietra focaia rovesciata e sinistra, hanno assetato tutti, qui: gli animali, i cespugli e gli alberi, pioppi, castagni, querce, faggi e più sotto vicino al greto, noccioli e noci. Il delicato sottobosco è quasi dissolto in pugni di terra ridotta a polvere intorno alle sagome orami spente degli Equiseti (Equisetum palustre); il torrente che lo disegna, pieno di anse, cascatelle e rapide, è quasi asciutto, le rive di solito gorgoglianti e cristalline, ora melmose, e le belle rocce muscose che solitamente assorbono la luce – dando a ogni bosco con un corso d’acqua quella nota fiabesca – ora la riflettono, lucide e lisce, inorganiche.
Ma qualcosa rimane in piedi. Ricercate nel portamento, essenziali nel modo di essere, in questo paesaggio asciugato dal caldo fino all’inverosimile, le piante spinose sono un segno, graffiato sulla cortina di calura. Cardo mariano (Silybum marianum), Cardo lanaiolo e Scardaccione (Dipsacus laciniatus e Dipsacus fullonum), Bardana lanuta (Arctium tomentosum), Calcatreppola ametistina (Eryngium amethystinum), altri Eringi, il Cardo dei prati (Cirsium oleraceum), la Rosa canina con i cinorrodi ormai rugosi e pronti a cadere per terra e a liberare i fecondi acheni, il Rovo (Rubus fruticosum) carico ancora di more nere e disidratate, e a terra ma non certo in posizione prostrata, la “ungulata” Carlina (Carlina acaulis) con il suo fiore stellato ben protetto da foglie con spine che raggiungono anche i 5 mm.
Il paesaggio che mi trovo intorno è arido ma non desertico, spoglio ma non opprimente. Le “Spinose” nella loro alterigia non lasciano al bosco l’appiglio di cadere nella desolazione. Quasi ognuna di loro ha un fiore, quello violetto intenso della Bardana o del Cardo mariano, quello blu elettrico della Calcatreppola, il bianco della Carlina; e il fiore, lo sappiamo bene, è la naturale espressione della pianta che ama la vita e vuole riprodursi. Gli steli in molti casi sono alti quasi quanto me, passo loro a fianco e li osservo da vicino, sono sottili, ridotti all’essenziale, fibrosi, quasi legnosi. Lì dentro la preziosa vita scorre in linfa distillata e rarissima. Quando il sole è arrivato implacabile sulle loro foglie, millenni fa, la membrana fogliare si è ritirata a poco a poco per elidere il peso dei raggi solari, e a furia di restringersi, di farsi sottile, ciò che rimane è una spina, molte spine, lunghe. Mani di un tempo, che oggi sono poco più che fili, estremità non più adatte ad accogliere e raccogliere ma a sottrarsi e, all’occorrenza, ferire.
Tutti noi che nella vita abbiamo conosciuto le avversità, sappiamo esattamente cosa sia opporsi e sappiamo anche che cosa vuol dire sotto il loro effetto disseccarsi, inaridirsi, inasprirsi e tirare fuori le spine o le unghie, proteggersi, scappare, voler sparire. Oggi, in questo bosco toccato da una stagione anomala si vede che resistere può piegare molti, azzerare altri e che altri ancora invece sono inclini a rimanere dritti e a fare, contro ogni previsione e speranza, un fiore. «Si aspetta un dolore per cominciare a lavorare», scriveva Marcel Proust riguardo all’arte di scrivere, qui nel bosco si aspetta una condizione estrema per dare il meglio di sé.
Sarà per questo che rimetto nella sportina il coltellino e rinuncio a raccogliere le fragranti carline bianche, buone come i carciofi, da mangiare in un ottimo pinzimonio? Le previsioni del tempo dicono che tra qualche giorno pioverà, preferisco che rimangano lì dove sono.
Allora, mi autoinviterò ancora nel bosco per guardare i rivoli di pioggia scorrere all’ingiù dentro le foglie spinose e lungo lo scapo del Cardo mariano, scoprire migliaia di piccole conche tra le sue brattee acuminate. Le gocce finiranno anche per iridare le Carline e idratare l’infiorescenza oramai secca dello Scardaccione per la gioia degli uccellini, che troveranno più facile raccogliere tra poco i suoi preziosi semi per il nutrimento e la riserva invernale. Eh, si! Incuranti dello scrigno spinoso, famiglie e famiglie di cince, pettirossi, passeri, allodole cominceranno ad assicurarsi una buona provvista invernale proprio a partire dai fiori ormai secchi dei cardi.
Si agganceranno delicatamente con le zampine adunche alle corolle secche, vi si lasceranno dondolare sopra, tenendosi in equilibrio con un leggero e ritmato frullare d’ali, preleveranno con precisione il cibo mentre alcuni semi cadranno e andranno a riprodursi l’anno venturo. Poi si alzeranno in volo, lasceranno la pianta ormai vuota a dondolare a lungo nell’aria, come se ci fosse una musica, un ballo, una festa. Anche saper prendere il buono dai tormenti è un’arte.
Ilaria Beretta
15 novembre 2017

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