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Bartolomeo I, patriarca ecologico

18 agosto 2015

Vi ripropongo questo testo sul Patriarca Bartolomeo I, ricordato nella recente enciclica di Papa Francesco:

Bartolomeo I Patriarca Ecumenico di Costantinopoli è l’uomo di chiesa adoperatosi più di qualsiasi altro per scuotere i cristiani dalla loro cecità verso il creato. Così scrive anche Edward O. Wilson nel suo recente La creazione (Adelphi).  Dalla sua ascesa nel 1991 al soglio patriarcale Bartolomeo I si è dato una missione: suscitare metanoia, o pentimento, per i danni inflitti  alla Natura. In questo spirito fondava nel 1999 un Istituto Ecologico a Halki (Isole dei Principi). La protezione dell’ambiente è dovere religioso; la crisi ecologica ha le sue radici nello spirito: “Una spiritualità che non s’interessi della creazione fuori di noi non s’interessa nemmeno del mistero interiore”. Se un tempo si pregava per ottenere protezione dalle calamità naturali, adesso si prega perché il pianeta sia liberato dalle azioni distruttive e ingiuriose compiute dagli esseri umani: “Commettere un crimine contro la natura è peccato. Per gli esseri umani provocare l’estinzione di specie naturali o distruggere la biodiversità della creazione divina, degradare l’integrità della terra provocando mutamenti climatici, privando il pianeta delle foreste naturali o distruggendone le zone umide; mettere a repentaglio la salute di altri esseri umani con malattie provocate dalla contaminazione delle acque, della terra, dell’aria e minacciare la vita del pianeta con sostanze velenose, tutto questo è peccato”. Nell’attuale crisi, il Patriarca vede un’occasione: “È fuor di dubbio che l’attuale crisi economica provocherà sofferenza a molte persone in tutto il mondo; va da sé che, come spesso succede in casi del genere, saranno i poveri a pagarne il prezzo più alto. Tuttavia, la crisi nasconde in sé una benedizione, nel senso di insegnarci che le vie sinora praticate non hanno portato ai successi immaginati. Dobbiamo rivedere il nostro intero stile di vita, prenderne in considerazione l’impatto sui nostri vicini così come sul pianeta. Dobbiamo cominciare a vedere la connessione integrale tra Cielo, umanità, e habitat. Il nostro modo di pregare è riflesso nel modo in cui trattiamo i poveri e inevitabilmente connesso al modo in cui ci rapportiamo all’ambiente naturale”. Gli ho sottoposto di recente alcune domande per un’intervista, chiedendogli anche come vedesse Ortidipace, ecco cosa ha risposto: Ortidipace is truly doing the work of Eden, the labor with which we have all been entrusted, fulfilling the commandment we have given, namely “to serve and to preserve the earth” as God’s most beautiful and most fragile gift to the world. When you do this, in your case, in elementary schools, then you are teaching others also to do the will of God. For this, you are already blessed by God. Yet, we wholeheartedly also offer you our own fervent wishes in your wonderful ministry. May God continue to bless you all. (Ortidipace sta davvero compiendo il lavoro dell’Eden, il compito assegnato a tutti noi, adempiendo al comandamento impartitoci di “servire e proteggere la Terra”, tra tutti i doni di Dio al mondo il più bello e il più fragile. Quando ci si impegna in questa direzione, in questo caso nelle scuole elementari, si insegna ad adempiere la volontà divina. E si riceve la benedizione di Dio. Con tutto il cuore offriamo anche i nostri più fervidi auguri in questo compito meraviglioso. Possa Dio continuare a benedire tutti voi).

Ecco qui un testo sull’ascesi in senso ecologico, tratto dal recente libro di Bartolomeo I.

(Pia Pera)

LA VIA DELL’ASCESI, di Bartolomeo I

Vorremmo definire l’ascetismo come la possibilità di viaggiare leggeri, di usare e consumare meno. Riusciamo a cavarcela sempre con molto meno di quanto immaginiamo. Dobbiamo imparare a rinunziare al nostro desiderio di possedere e controllare. Dobbiamo smettere di danneggiare le risorse naturali della terra e imparare a vivere in semplicità, senza più lottare gli uni contro gli altri e contro la natura per la sopravvivenza. Adesso occorre rivedere le relazioni che abbiamo con i nostri simili e la natura. Dobbiamo imparare a rendere più sensibili le nostre comunità e ad avere un comportamento più rispettoso verso la natura. Il che significa acquisire un atteggiamento misericordioso, un cuore compassionevole. Un cuore simile non può tollerare di impoverire – e tanto meno distruggere – la terra che abitiamo e condividiamo. Nel settimo secolo, sant’Isacco il Siro ne parlava in questi termini: occorre “possedere un cuore che arde d’amore per tutta la creazione: per gli uomini, gli uccelli, le bestie e perfino per i demoni, per tutte le creature di Dio.”

L’ascetismo, quindi, mira al perfezionamento, non a una qualsiasi forma di distacco o distruzione. Il suo obiettivo è sempre la moderazione, mai la mortificazione. Il contenuto dell’ascetismo è positivo, non negativo. Guarda al servizio, non all’egoismo, alla riconciliazione non alla rinuncia o alla fuga. Senza l’ascetismo, nessuno di noi può sperare di guarire questo nostro ambiente così malridotto.

Di solito l’impressione che si ha in Occidente dell’ascetismo è negativa. L’ascetismo si porta dietro il fardello del dualismo e della negazione, sviluppatisi nel corso di molti secoli, sia dentro che fuori la Chiesa cristiana. È questo il motivo per cui così tante persone hanno frainteso e persino respinto il monachesimo. Non è questa però la visione della pienezza di vita proposta dalla spiritualità ortodossa attraverso la dimensione ascetica. La dimensione sacramentale del mondo è intimamente e profondamente connessa alla dimensione ascetica. Nell’ascetismo vi è una presa di coscienza e un più profondo apprezzamento del fatto che l’umanità dipende anche dalla terra, anzi: dalla catena alimentare, proprio come qualsiasi altra creatura.

Un ascetismo di questo tipo esige una limitazione spontanea per vivere in armonia con l’ambiente. L’ascetismo offre esempi concreti di conservazione. Riducendo i consumi – cosa che nella teologia ortodossa definiamo enkrateia o padronanza di sé – garantiamo che rimangano risorse sufficienti affinché altri nel mondo possano condividerle e goderle. Se spostiamo la nostra volontà e attenzione, saremo capaci di dimostrare compassione per le nazioni più povere. La nostra abbondanza di risorse dovrebbe abbracciare – oltre a noi stessi e alle nostre cose – l’abbondanza di un equo interesse per gli altri.

Ciò comporta che l’umanità non deve agire come un tirannico signore supremo, ma come un servo e un ministro che si inginocchi in preghiera per la conservazione e il miglioramento della creazione. In questo modo, l’umanità può restaurare l’armonia con il resto della creazione e riconciliare tutte le persone e le cose a Dio. Questa responsabilità sottolinea la dimensione sacerdotale della vocazione umana. Gli uomini sono chiamati a essere sacerdoti e non proprietari della natura. L’umanità ha un ruolo attivo da svolgere nel mondo e la responsabilità morale di accogliere la creazione in un atto di donazione per offrirla di nuovo a Dio in rendimento di grazie.

San Giovanni Climaco, eremita del settimo secolo vissuto sul Monte Sinai, autore di la Scala del paradiso, ha detto: “Un monaco che non possiede niente, è padrone del mondo intero”. Ora, questa vita ascetica scelta volontariamente non è richiesta solo agli eremiti e ai monaci. È richiesta a tutti i cristiani, in modo equilibrato. Vale a dire, ogni cristiano è invitato a praticare un’auto-limitazione volontaria nel consumo di cibo e risorse naturali. Ciascuno di noi è chiamato alla fondamentale distinzione tra quello che vuole e quello che gli serve. Solo attraverso una simile abnegazione, attraverso la nostra volontà di rinunciare e qualche volta di dire no oppure basta, riscopriremo il posto che ci spetta nell’universo come esseri umani. Ciò è parte integrante dell’ethos ascetico della spiritualità ortodossa.

(da Grazia cosmica umile preghiera, per gentile concessione della Libreria Editrice Fiorentina)

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