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Curare la terra per guarire gli uomini

1 Gennaio 2014

“Curare la terra per guarire gli uomini” è un’opera di Claude Aubert, tra i
pionieri dell’agricoltura biologica in Francia. Egli colse, immediatamente,
il
nesso tra la salute del suolo e  la salute degli uomini. Lungi dal risolvere
i
problemi della fertilità del terreno, i preparati chimici elaborati dagli
inizi
del Novecento in Occidente, hanno invece, al  contrario, provocato
avvelenamento, depauperamento progressivo dei suoli in tutto il mondo. L’uso
sistematico e massiccio di nitriti, urea, concimi chimici azotati non hanno
aumentato l’humus dei suoli ma hanno provocato la fine per morte degli
infiniti
microrganismi simbionti, organismi vivi che, essi si, danno origine a suoli
ricchi e compositi.
L’industria della  chimica, potentissima, pochi sanno che la Du Pont,
produttrice di nitrati per uso bellico, dopo la fine della I guerra
mondiale,
riciclò quella enorme quantità di sostanze, basilari per la fabbricazione di
esplosivi, in agricoltura. Ovvero, tra il trattore ed il carro armato, tra
l’esplosivo ed il concime vi è una continuità lineare. La società di massa,
quella che ha ingabbiato milioni e milioni di persone nelle fabbriche, ha
trasformato il mondo intero in un groviglio inestricabile di interessi
industriali, finanziari. La terra, la sua fertilità è parte integrale di
questo
sistema. Così, senza curarsi affatto di ripristinare l’originaria vitalità
dei
suoli, i gruppi di interesse finanziario, risolvono la questione
accaparrando
terre laddove governi compiacenti, democrazia scarsa, guerre civili
striscianti, rendono facili il land grabbing, l’acquisto di terre in misure
inimmaginabili, solo alcune decine di anni fa.
milioni di ettari, regioni intere sono acquistate da stati, come la Cina o
anche da singole imprese multinazionali.
Una volta esaurite le risorse, queste lobbies passeranno ad acquistare
altrove, lasciandosi alle spalle il deserto, la fame e la miseria di
popolazioni intere.
Ed invece, sono risuonate, sul pianeta, magari flebili, altre e più sincere
voci. Altre voci in difesa della Terra e dei contadini che la abitano.
Abbiamo ascoltato il messaggio di Masanobu Fukuoka, grandi maestri che nella
loro lunga vita hanno cercato di percorrere il mondo rivelando un’altra
visione, completamente diversa.
In Italia, da pochi anni scomparso, Gino Girolomoni, tra i pionieri del
biologico, altrove, nei primi anni del Novecento, Rudolf Steiner, in Svizzera
e
in Germania ha preconizzato con la sua agricoltura biodinamica, la visione
di
un’agricoltura praticata in sintonia con altre energie, più sottili e
misteriose del cosmo.
Oggi si parla, magari anche a sproposito di permacultura, di agricoltura
sinergica, di agricoltura naturale, presso fasce sempre più larghe di
consumatori si presta attenzione al problema della produzione di ciò che ci
alimenta. I giovani, quelli che si stanno avvicinando in maniera entusiasta
all’agricoltura, cercano una maniera nuova di coltivare e  di risolvere in
maniera non più invasiva il problema della fertilità del suolo.
“Curare la terra per guarire gli uomini” non è più, per tanti, uno slogan ma
diventa una ragione di vita tra le più fondanti della propria esistenza.
Sentire che la terra è viva,che in essa albergano forze vitali, che visi
agitano a  milioni i microrganismi responsabili della trasformazione, lenta,
solamente cinque centimetri di humus ogni mille anni si formano in una
foresta,
è il primo fattore, la cosa più importante. Cosa mi  sento, io, custode di
semi, cosa faccio, come agisco, nel concreto, nel mio terreno per evitare di
impoverirlo e per accrescere la fertilità naturale del suolo evitando
assolutamente ogni concime chimico?
La prima cosa che mi sono prefisso, nella mia Cranno, questo podere che ho
acquistato, qui ad asso, nel Comasco, situato sul pendio digradante verso la
cascata Vallategna,
è stata quella di sfruttare come una risorsa la presenza dei terrazzamenti e
di fare in modo, con accorgimenti che ora vi dirò, che, per prima cosa,
questi
non franassero, con perdita evidente, di suolo coltivabile. Ho inserito, sul
bordo esterno di queste balze, una serie continua di erbe officinali
persistenti come timo, rosmarino, salvie, santoreggia, ruta, elicriso,
assenzio, santolina, origano, finocchietto selvatico, iperico, altea e
molte,
molte altre,lavanda, issopo, dragoncello…ho trovato qualche vite, l’ho
curata, ne ho impiantate altre. Tutte queste essenze le ho inserite
esattamente
sul limite di ogni terrazzamento, ora, dopo  diversi anni di lavoro, queste
specie costituiscono, oltre a qualcosa di davvero bello da vedere, oltre che
prezioso per le api e gli  altri insetti pronubi, gli impollinatori per
eccellenza, il freno ad ogni cedimento  verso il basso del terreno. Sono
passati anni, il mio lavoro mi conferma che il terreno è assolutamente
stabile,
con una  spesa praticamente nulla, le essenze sono frutto di scambi, di
riproduzione da seme, per talea, ho curato che di ciascuna specie vi fossero
diverse varietà, ho ottenuto il risultato di stabilizzare, trattenere senza
fatica evidente, queste balze a gradoni. effettuo le varie coltivazioni,
sempre
rotando, rispettando, a  rotazione, una balza, non praticando coltivazione
alcuna.
Questa è la pratica più importante che ho adottato, se  la perdita di
terreno
è causata da frane  o smottamenti, come avviene in Italia  con centinaia di
morti ogni anno, bene, mi sono detto, proprio qui, questo non dovrà mai
succedere. Infatti,  quando alcune  autorità si giustificano, in occasione
di
frane luttuose, adducendo a discapito l’eccezionalità delle piogge, io vi
posso
dire che nel mio terreno, fortemente in pendenza, col  sistema che ho
adottato,
non frana proprio niente ed abbiamo avuto, per esempio a cavallo  della
vigilia
di Natale di quest’anno, il 2013, ben 200 millimetri di pioggia, dati
ufficiali, in poche ore. Nel mio terreno non si è smossa una foglia. Invero,
neanche in quello  del mio vicino, anche lui adotta un accorgimento che è
quello, elementare, dell’inerbimento con graminacee dei declivi. Anche dalla
mia parte, sotto le aromatiche ho lasciato crescere le graminacee
preeesistenti.
Questo è il sistema basilare, intorno a questo principio: primo, non perdere
suolo, ho fatto gravitare tutti gli altri metodi.
Faccio in modo,  sempre,  da trasportare, da spostare terreno, dal basso
verso
l’alto e mai il contrario. So che alcuni ecosistemi frutto  della
cooperazione
tra l’uomo e la natura che hanno dato luogo ad i paesaggi tra i più belli e
suggestivi che troviamo sul pianeta, son dovuti a questo principio: i
terrazzamenti della costiera amalfitana così come quelli della Valtellina o
in
tutti gli altri luoghi, Birmania, Cina , ove l’uomo ha dovuto sudare per
portare in quota le coltivazioni, si è  sempre fatto così. A forza di
generazioni intere, una dietro l’altra ed il paesaggio è cambiato. Ci sono
vigneti e limoneti ove era solamente bosco, vi sono risaie ove era soltanto
giungla.
A tutta questa cura, questa prudenza frutto di millenarie osservazioni, ho
aggiunto il praticare la chiusura del cerchio all’interno del podere. Tutto
deve, possibilmente, derivare dalla terra ed alla terra tornare. Quindi il
compostaggio totale  dei rifiuti organici, le ceneri della stufa, cerco
sempre
di arricchire il mio terreno e mai di impoverirlo.
Nelle culture, in quella del mais, per esempio, pratico il sistema della
milpa
che è quello praticato in Messico ed altri paesi  dell’America latina,
coltivo
assieme al mais anche girasoli, zucche e fagioli. Sugli steli dei girasoli e
del mais si arrampicano i fagioli, i fagioli fissano l’azoto al terreno, le
zucche, col loro bel fogliame ampio proteggono il suolo dal sole. Adotto le
sementi più adatte al mio terreno che è argilloso, poco profondo, prediligo
le
specie che sviluppano radici profonde, le specie più resistenti e le
sperimento anno dopo anno arrivando a privilegiare quelle che fanno al  caso
mio. Fa parte della cura del suolo anche un’altra pratica che ho subito
adottato. impiantare una siepe frangivento che corre dal basso verso l’alto
lungo la linea di confine del mio appezzamento. Una siepe che è orientata
proprio a proteggere le colture da un forte vento dominante proveniente
dalle
Grigne, un vento freddo che prende d’infilata ogni essenza. Le siepi, sto
preferendo ed impiantando essenze diverse tra loro, crescono lentamente,
preferisco che si adattino e così non dovrò sostituirle per lungo tempo,
formeranno una barriera naturale e limitando l’azione erosiva del vento,
anch’esse contribuiscono a mantenere la fertilità del suolo.
Sono siepi di alloro, ligustro, bosso, ho anche forsizie, fusaggine, salici,
qualche cipresso è inframezzato, ho del rosmarino e persino una siepe di
rute,
molto forti.  Alla base delle  siepi ho piantato fragole, varietà diverse,
iris, rudbeckie, succulente resistenti al gelo. Cioè, ho curato, dal piccolo
al
grande, ogni particolare. Se immaginate che, lungo le balze, tra le
aromatiche,
sotto le siepi, ho distribuito, anche questi frutto di scambi e di regali,
bulbi di narciso, giacinti, crochi, tulipani, gladioli, pensate che in ogni
stagione, queste balze si colorano di tonalità diverse.  Il terreno vuole
anche
poesia, ho pensato Cranno come un piccolo polmone verde ma colorato, un
giardino, campo ed orto, luogo per coltivare e per contemplare. Io credo che
si
curi la terra, si, io credo che si curi la terra anche lasciandola in pace.
semplicemente. Se al momento della sua sistemazione si ha cura dei
particolari,
se si adottano gli accorgimenti più giusti, se si lascia la terra dormire,
riposare, quest’anno su una balza non ho praticato proprio nulla e l’anno
prossimo, in quella sottostante, riposo totale. Bene, io credo che Essa, la
Terra, abbia bisogno di quello di cui abbiamo bisogno anche noi, esseri
umani.   Non so se il sia un metodo, ma so, con certezza, è il mio terreno
che
me lo dice, che quanto faccio funziona. E’ un processo lungo, sicuramente,
sono
passati pochi anni dal mio insediarmi a Cranno, eppure,sento che con il mio
modo di procedere, bellezza, che per me vuol dire varietà, assiduità di
cure,
poco alla volta stanno mutando volto ad un piccolo pezzo di mondo. Qui è
conservata una bella collezione di erbe officinali, di alberi da frutta, di
piccoli frutti di bosco, c’è questo e molto altro. “Curare la terra per
guarire
gli uomini” per me ha significato, alla lettera, prendermi cura di un luogo
e
facendolo, dovendo, scegliendo di restare all’interno dei cicli della
natura,
ho scoperto che, innanzitutto, ho curato me stesso.
E la cosa continua. L’avventura muta di un poggio sulla cascata, è soltanto
all’inizio. A rombare, scrosciare con veemenza, ad urlare, ci pensa lei, la
cascata, in questi giorni di grossa, di piena del torrente foce, si senta
forte, oltre ogni umana, la sua voce.
Teodoro Margarita
Asso, 28 dicembre 2013

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