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Una pianta arrivata dall’antico Perù: Polymnia sonchifolia

2 Ottobre 2007

Visitando una fiera agricola a Cuzco, antica capitale dell’Impero Inca, Gianluca Corazza, presidente dell’ARCOPA,  ha trovato il rizoma di una pianta, il Gliacòn, che poi è riuscito a propagare nel suo vivaio e  che ora viene coltivato nell’ambito di una ristretta cerchia di soci dell’A.R.CO.P.A.

Questa pianta, botanicamente nota come Polymnia sonchifolia Poepp. (sinonimi: Smallanthus sonchifolius o Polymnia edulis) è una pianta afferente alla famiglia delle Compositae, oggi Asteraceae.
Ha naturalmente numerosi nomi volgari: Llacón, Yacón (pron. gliacòn), Jícama, Jícama de agua, Datata-diet, Polìnia, Leafcup, Mexican potato, Potato bean, Yam bean. Peruvian ground apple, strawberry jicama, Bolivian sunroot, Sweet-root, Ground pear.
Si tratta di una robusta erbacea perenne, alta fino a 2 m e larga altrettanto, con fusti teneri macchiati di porpora. Foglie opposte, astate, grandi (anche 20×37 cm), con picciolo alato. I fiori sono piccoli capolini (2-2,5 cm) riuniti in corimbi terminali, gialli o aranciati, simili a quelli di una dalia, poco appariscenti; la parte più interessante della pianta sono le radici tuberizzate, grosse, allungate, che possono essere lunghe 30 cm e pesare oltre 2,3 Kg, ma generalmente di dimensioni e peso minori; sono inoltre sode e di polpa dolce.
Questa specie è spontanea nelle Ande, dalla Columbia fino al N. Argentina, Perù ed Ecuador, usualmente ad una altitudine che oscilla fra i 600 ed i 2200 m, ma viene coltivata sino dal livello del mare a quasi 3.000 di altitudine; è stata diffusa poi in molte altre zone vicine, dalla costa del Pacifico all’alta Amazzonia. Si rintraccia inoltre coltivata nel Venezuela, in Nuova Zelanda e nell’est asiatico.
In particolare in Perù, dove nelle tombe sono state trovate tracce di questa pianta da tempi remoti (fino dal 1200 a.C. e oltre), Polymnia sonchifolia viene considerata un alimento importante e quasi tutte le famiglie la coltivano nel proprio orto o nel giardino.
Gli impieghi di questa pianta sono molteplici, in particolare come alimento, utilizzando principalmente le radici tuberose che si consumano:
CRUDE, al naturale o in macedonie: questi rizomi sono infatti molto dolci, ma il loro zucchero non viene metabolizzato dall’organismo per cui sono indicate in modo particolare per persone a dieta e per diabetici.
Il loro sapore migliora lasciando all’aria per alcuni giorni le radici appena raccolte. Subito dopo tolte dalla terra sono di colore crema (polpa bianca); successivamente diventano quasi nere (polpa giallo-rosa) e soprattutto molto più dolci.
Nel Perù le lasciano addirittura al sole per qualche giorno a indolcire ma qui da noi, con le temperature troppo elevate, avvizziscono troppo (in Perù c’è più luce ma è più fresco e il sole non le cuoce); qui basta lasciarla alla luce ma non al sole diretto oppure vanno raccolte in autunno.
COTTE, arrostite al forno o in torte; ottime a sostituire le mele nello strudel.
Da esperienze personali (mangiando le radici sia crude che cotte al posto delle mele nello strüdel) si può affermare che sono veramente buone, con un sapore particolare (da crude), che ricorda un po’ la mela e un po’ la costa della lattuga.
Dal succo delle radici si ricava inoltre una bibita rinfrescante. Le foglie sono commestibili e con alto contenuto di proteina (11-17% in forma secca). Nei luoghi di origine si usa il succo delle radici in sostituzione dello zucchero: si bolle e se ne fa una specie di poltiglia.
Si utilizzano inoltre sia le foglie (che contengono fino al 17% di proteine) che le radici come foraggio.
Ma l’impiego più interessante per questa pianta è la possibilità di ottenere da essa inulina e fruttosio: il llacón (Gliacòn) avrà sicuramente un grande futuro industriale per l’ottenimento di inulina (polimero del fruttosio), poiché è la pianta con il maggior contenuto di questo zucchero.
L’inulina e il fruttosio, come ben sappiamo, sono molto indicati per infermi e diabetici.
Inoltre, in tempi moderni, la domanda di zuccheri dolcificanti non dannosi per l’organismo umano sta crescendo continuamente non solo per i milioni di esseri umani che soffrono di diabete e che non possono consumare il saccarosio, ma anche per lo sforzo di non ingrassare e mantenere la linea.
La maggior parte delle sostanze dolcificanti utilizzate sono a base di saccarosio, un polimero del glucosio, che è ingrassante e naturalmente dannoso per i diabetici. L’inulina e il fruttosio non sono ingrassanti e possono essere consumati anche da chi ha problemi di dieta.
La coltivazione intensiva dello llacón può essere quindi economicamente attraente per produrre direttamente l’inulina in quantità sufficienti per la sua industrializzazione.
La pianta in questione ha quindi proprietà medicinali: è antidiabética, ipocolesterolemica, ipoglicemica, regolatrice delle funzioni intestinali e viene anche impiegata sia per reumatismi che per dolori muscolari; e l’infuso delle foglie è utilizzato contro lo stress.
Alcuni dati sui valori nutrizionali: le radici fresche contengono il 69-83% di acqua, lo 0,4-2,2% di proteine e oltre il 20% di zuccheri, specialmente inulina, un polimero del fruttosio.
Le radici secche contengono 4-7% di ceneri, 6-7% di proteine, un 65% di zuccheri, e potassio.
I fusti e le foglie secche contengono 11-17% di proteine, 2,7% di grassi e 38-41% di estratti senza azoto.
Metodi di coltivazione e di propagazione
Al mercato di Cuzco, molti vendevano al pubblico le radici di llacón, succose, fresche e croccanti ma non utilizzabili per la propagazione. Infatti queste non hanno gemme latenti per la loro propagazione. Per ricavare nuove piante sono indispensabili i brevi rizomi che crescono alla base della pianta che possono essere divisi e ripiantati, ben diversi dai sottostanti più lunghi e voluminosi.
A forza di chiederlo a tutti, Gianluca Corazza  trovò al mercato di Cuzco una anziana signora in abito tradizionale che gli rispose: “Sì, per piantarlo ci vuole questo. – Staccando l’unico rizoma che aveva appeso ad un cordino alla sua bancarella. – Devi tagliarlo, lasciarlo asciugare e interrarlo”. Naturalmente fu subito acquistato ma gran parte di esso marcì per vari motivi durante il resto del viaggio e si salvò solo un piccolo pezzo, grosso circa come una biglia. Da questo ottenne una pianta che poi fu propagata fino ad averne diverse.
Quindi, per la propagazione, che sarà agamica (da noi, sembra che fiorisca difficilmente in quanto brevidiurna (fiorirebbe quindi a fine autunno e comunque non arriverebbe mai a fare semi) bisogna utilizzare solo la “corona” di rizomi alla base della pianta, da cui si dipartono le radici tuberizzate.
Si propaga inoltre agamicamente anche per mezzo di talee di fusto.
Gelate di pochi gradi sotto zero fanno morire la parte aerea, ma poi ricaccia dai rizomi in primavera. La pianta può vivere anche come perenne con opportune pacciamature, ma è importante notare che in coltivazione solitamente viene coltivata durante l’estate. Necessita comunque di almeno 200 giorni di clima mite affinché i tuberi siano maturi per essere raccolti.
In autunno inoltrato (o quando comunque il freddo ne interrompe la crescita) si raccolgono le grosse radici e si dividono i corti rizomi che poi vengono ripiantati in vasi dopo averli lasciati per qualche giorno ad asciugare le ferite procurate dalla divisione.
Questi vasi si conservano in locali riparati tenendoli piuttosto asciutti dopo una prima annaffiatura immediatamente successiva all’interramento. In primavera inoltrata, quando le piante ottenute dai rizomi non stanno più nei vasi, si trapiantano le piante di Polymnia sonchifolia nell’orto dove vengono quindi coltivate senza particolari difficoltà.
Se il clima lo consente sarebbe forse meglio lasciarle interrate per raccoglierle e propagarle in primavera, invece che nel tardo autunno, per consentire l’esposizione delle radici raccolte ad una insolazione più forte che ne migliorerebbe l’addolcimento.
Per la coltivazione bastano un terreno qualsiasi non eccessivamente pesante, ricco, fresco ma non umido ed una esposizione soleggiata o anche a mezz’ombra. Non necessita di particolari cure, se non annaffiature in periodi di siccità.
La coltivazione si svolge in circa 6 mesi, ma ricordo che può mantenersi anche come perenne in climi miti. Una sola pianta può rendere fino a 10 kg di radici. Queste possono essere conservate abbastanza a lungo al buio.
La sperimentazione è comunque ancora in atto e fra qualche tempo potremo avere risultati ancor meglio dettagliati per la coltivazione più idonea nei nostri climi.

Angelo Lippi, socio fondatore della ARCOPA  www.arcopa.org

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