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Chi fa un orto ha già vinto.

30 Settembre 2019

Riceviamo e pubblichiamo la lettera che Teodoro Margarita ha scritto ai partecipanti al concorso “Orto fai da te 2019” organizzato dall’associazione “Nostrale” e “Cascina Cuccagna”

Chi fa un orto, ha già vinto. Chi ha deciso di intraprendere l’avventura delle mani nella terra, per qualunque ragione essa sia, ha fatto la scelta giusta. L’unica, la migliore possibile.

E’ sulla terra che viviamo. E’ sulla ridotta, infinitesimale corteccia, rispetto alla massa globale, pressochè invisibile strato di suolo che otto miliardi di essere umani respirano, si nutrono il corpo, l’anima ed i sogni. La terra, quella che abbiamo sotto i piedi e che quando torniamo dagli orti ci portiamo, se non cambiamo le scarpe, fin dentro casa facendo arrabbiare chi dovrà pulire se non tocca a noi stessi. Questo fare gli orti, oggi, serve. Serve più che mai e se abbiamo avuto periodi nei quali era obbligatorio coltivare per sopravvivere, nemmeno fino a cinquant’anni fa, nella storia degli uomini non è nulla, oggi fare un orto, scegliendo, qui nella Lombardia industrializzata e post-industrializzata, è importante. E’ vitale. Qualcuno va dicendo che è diventato “di moda”. Questo qualcuno dice una fesseria. Un orto non è un vestito che s’indossa perché fa tendenza, un orto lo si coltiva personalmente, chi lo fa coltivare ad altri, fa il dirigente, non il contadino. Il senso di fare un orto sta nel volere, per le motivazioni più varie, prendersi cura della terra in modo che la terra si prenda cura di noi. Per il tempo che le dedichiamo ed è tempo sì di sforzo fisico ma è tempo di pianificazione, di pensiero, di organizzazione, di coordinamento e condivisione di compiti.

Che sia un orto sociale e solidale, che sia un orto privato, un orto non è mai e mai potrà essere un’isola. E’ un luogo recintato, in qualche modo distinto dall’esterno, la parola hortus affondando nella radice sanscrita, quella stessa che dà origine anche a garden e garten, da cui giardino, vuol dire spazio chiuso, come la “corte” . Ci torna in mente l’hortus cinctus o l’hortus conclusus dei monaci ma non solo, del medio evo. L’orto non è un’isola. Tutti i nostri orti vivono della terra, e stando su questa Terra, risentono degli sconvolgimenti che in essa noi provochiamo, tutti i nostri orti sono sotto il cielo e soffrono per l’arsura prolungata o possono essere spazzati via dalla tempesta.

Quando intrapresi il mio primo orto didattico nella scuola dove insegno, ai ragazzi, gli alunni, dissi che l’orto ci insegna a vivere. Ed è vero. L’orto insegna a vivere perché molto di ciò che vi accade dipende da noi, dalle buone pratiche vi adottiamo. Eppure, per quanto virtuosi siano i nostri comportamenti, per quanto si sia rispettosi, innamorati del proprio, che sia condiviso o privato poco importa, orticello, tutto ciò che vi investiamo è sottoposto all’imprevisto. Esattamente come nella vita. In un orto non esiste la “squadra vincente” che alla fine del campionato quasi certamente si cucirà lo scudetto sulla maglia. Non solo. Fare un orto significa avere già vinto la partita.

La partita vera, quella che singolarmente e collettivamente giochiamo per il fatto stesso di essere nati sulla terra che è soprattutto “terricccio”, è humus, zolla fertile. Quando non lo è ed è sopraffatta dall’asfalto e dal cemento, questa è una eccezione, necessaria,molto più spesso, evitabile ed esecrabile eccezione. Siamo nel 2019. Siamo otto miliardi e tutti quanti mangiamo, ci vestiamo, ci vogliamo divertire, vogliamo viaggiare. Se non produciamo noi stessi quello che mangiamo, qualcun altro deve farlo. E questo qualcun altro troppo spesso è qualcuno che non conosciamo e del quale nulla sappiamo. Chi decide di fare un orto ha già capito che riannodare il legame tra il cibo e noi attraverso il riannodare il legame tra la terra e noi, è di già avere compiuto un balzo da giganti verso quel ritornare alla terra…nella quale anche gli astrofisici più fantasiosi e geniali, sono nati.

Chi ha deciso, come voi, di fare un orto ha fatto la scelta giusta. Coltivare dei pomodori, non c’è orto degno di essere definito tale che non alloggi in fila o a prose, a spiarle miste o da soli, dei pomodori, significa e dobbiamo esserne coscienti, pienamente coscienti, vuol dire raccoglierli e mangiarli, oppure se sono abbastanza, farci la salsa, metterli sott’olio. Coltivare dei pomodori significa non doverli comprare. Significa che se coltiviamo e raccogliamo anche soltanto un chilo di pomodori, quel chilo di pomodori sarà un chilo rosso ( ve ne sono di infiniti colori ma è altro discorso) solo della sua buccia. Non sarà rosso del sangue dei braccianti di Rignano Garganico o di Mondragone pagati un euro l’ora. Non sarà stato trattato con pesticidi, non proverrà da monoculture intensive che avvelenano la terra e succhiano acqua. I vostri pomodori, per il fatto stesso che voi li coltiviate in autonomia, per scelta libera ed autodeterminata si chiamano fuori dal sistema che avvelena la terra e l’acqua e sfrutta gli uomini. I pomodori e tutto ciò che fate crescere nei vostri orti sono il simbolo tangibile di fare già adesso e subito qualcosa, anzi molto non già per cambiare il mondo ma per conservarlo com’era, ovvero fino all’avvento della maledetta ed impropriamente chiamata tale, “rivoluzione verde”, quella che ha trasformato l’agricoltura, l’arte di coltivare i campi per potere vivere in una “attività estrattiva” la definizione è di Massimo Angelini, una branca dell’industria, della chimica, oggi della genetica, sottomettendo milioni di persone nel sud del mondo e facendone schiavi e servi della gleba. Facendo dell’attività del procurasi il cibo una delle attività più nocive e tossiche che esistano. Chi fa un orto, per passione, per condividere un progetto di aggregazione, per inserire soggetti svantaggiati, per qualunque motivo lo faccia, si riconnette personalmente al proprio cibo. E facendolo riacquista il senso perduto del tempo e delle stagioni.

Anche chi ha una serra, fortunato, qui in Lombardia, non può anticipare le semine che a febbraio o marzo, prima sarebbe improbo, e parlo per chi vive sui laghi. Chi fa un orto deve conoscere la neve, la pioggia, il gelo. Chi fa un orto deve sapere quali sono i riferimenti locali che ci annunciano che la pioggia verrà certamente. Ogni valle ha le sue montagne, le direzioni prevalenti donde proviene il cattivo o il bel tempo. La cultura locale, defunta da mezzo secolo con l’avvento dei media nelle case che hanno assassinato ogni narrazione tradizionale dove la parola “tradizione” sta semplicemente per “traditur” ciò che si dice, ciò che i nonni dicevano e che qui e non altrove ha i suoi riferimenti nel suono delle voci, nell’aspetto delle montagne, dei laghi, dei fiumi. Fare un orto significa adattarsi al proprio microclima, quindi significa allontanarsi dall’alienazione programmata, significa riacquistare, ed è per questo che un orto cura, sempre, significa fare i conti col reale fuori da sé: ortoterapia è proprio questo potere riacquisire il senso del proprio tempo, il senso del proprio limite derivante dalla finitezza dei mezzi, dello spazio, della propria, individuale e collettiva sopportazione della fatica, Fare un orto a Milano, e ce ne sono tanti, fare un orto qui in Lombardia, significa , riuscendo a conquistare visibilità che ci deriva dall’essere il cuore della comunicazione, il fulcro e la culla delle invenzioni, significa e finalmente significa, che fare l’orto è attività della quale essere orgogliosi e fieri, attività che la città approva e sostiene, della quale parlano, e bene, i media, significa riportare questa attività al centro. A Milano esistevano le culture irrigue più avanzate d’Europa. Per la sua peculiare situazione orografica, si trova nella convalle tra i monti ed il Po, permetteva tutto ciò di avere raccolti di fieno più abbondanti e sicuri. Tutto questo sistema di navigli, di canali e questa abbondanza di acque ha permesso la costruzione della città, della sua opulenza. Fare un orto a Milano significa riprendere questa consapevolezza. Riprendere contezza della bellezza delle sue cascine, tante e per fortuna, in città.

Vi ringrazio per avere partecipato al concorso. Molte realtà che hanno partecipato erano già di mia conoscenza, altre le ho conosciuto leggendo le schede. Mi hanno commosso i disegni dei bambini e mi hanno commosso i volti delle persone che cercano guarigione nella terra. Mi hanno fatto sorridere quelli che hanno scritto che i girasoli piantati sono stati razziati dai pappagallini: buon appetito! Mi hanno fatto sorridere i nomi. Animaletti, fragole… quante storie. Quanta anima.

Il nostro orto, il nome che gli diamo, parla di noi. E’ la nostra speranza, il nostro sogno.

Una rete degli orti, un fitto scambio di informazioni, scambio di sementi, un saperci parte, io coltivo un mio piccolo podere, nel Comasco, viceversa non sarei stato un buon “giudice”, di un movimento globale e locale, “glocal”, pensa globalmente, agisci localmente, esteso a livello planetario, è fondamentale. La cosa più preziosa che abbiamo sulla Terra, è la Terra. Chi la coltiva con amore ne viene curato e nutrito. Chi ne conosce le creature, piante ed animali, conosce se stesso. Chi aiuta e sostiene il vicino che coltiva o, attraverso una rete mondiale di cooperazione, invia il surplus delle buone sementi laddove ve n’è bisogno, aiuta anche il suo orto. Per voi, amici degli orti, ho delle sementi di fiori, per tutti, ho dei cosmos e delle cosmee. Più che fiori, adorati dalle api e dalle farfalle, sono ordine di idee. Cosmos è il mondo e cosmè è la bellezza. Più che fiorellini sono Dee.

Non vi stupisca il femminile, in lingua francese “la Fleur”, il fiore è donna come il mare e come la Terra, la madre che tutti ci ha generato.

Teodoro Margarita 22 settembre 2019. Equinozio d’Autunno

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