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Elleboro: non perdiamoci la fermata del tram!

30 marzo 2018

Non sono solo gli Anglosassoni a parlare del weather; qui, in questa realtà contadina situata tra Alessandria e Genova, il tempo meteorologico è il protagonista fisso di tutte le conversazioni, specialmente quest’anno in cui a un’estate torrida e senz’acqua è sopraggiunto l'”Inverno della Galaverna”. Una mattina, aprendo le imposte delle case o trovandosi a passare per la via, ci si è trovati circondati da un fenomeno davvero meraviglioso e straniante: uno spesso strato di ghiaccio aveva ricoperto i campi, i vigneti e i boschi ridisegnando le cose, ogni filo d’erba, ogni cavolo e ogni cresta di finocchio erano stati completamente “ricalcati” – come direbbero i bambini – da una spessa “brinata” come se un grande pennarello di acqua e gelo avesse ripassato e accentuato i contorni a modo suo.

Pochi tra quelli che conosco hanno apprezzato l’evento naturale: sotto sotto, in queste persone che vivono completamente immersi nella campagna, c’è sempre la paura che la Natura faccia qualche scherzo, proprio quando magari t’incanti a guardarla. Poche ore dopo la gelata i rami degli alberi, dai più giovani ai più anziani, da quelli di linea semplice ai più complessi, tutti, sotto il peso del ghiaccio sulle proprie spalle, si sono spezzati. Chi ci ha rimesso il ramo più bello, chi la punta, chi i rami più bassi e più allargati. E oggi a distanza di parecchie settimane dal Giorno della Galaverna, accette, roncole, seghe e motoseghe non sono ancora state riposte.

Il bosco, proprio lui, teatro di tante passeggiate felici, avrebbe qualcosa da dire a Mrs. Galaverna, perché dei suoi faggi, noci, castagni, pioppi, salici che fanno a gara ogni giorno a cercare più luce e a diventare dominanti, ognuno di loro ha perso qualcosa, come un reduce di un attacco a sorpresa. E restare privi di una parte di chioma può voler dire avere meno superficie fogliare per la fotosintesi e meno energia da spendere in crescita e passare così dalla parte dei perdenti, irrimediabilmente. A distanza di alcune settimane, nell’ambiente circostante, soprattutto nel sottobosco, ci sono ancora i cristalli damascati e il sentiero, abbastanza largo per far passare i trattori, è tutto una scheggia, ogni pochi metri devo scavalcare qualcosa, rami, frasche, cespugli di rovi piegati ma non spezzati dal peso del ghiaccio.

La grandeur di questo fenomeno abbaglia nonostante il disastro sia evidente; c’è silenzio, solo lo scricchiolio dei miei stivali di gomma (con dentro tre strati di calze spesse) sui frammenti di ghiaccio, rotto nel tonfo dei tronchi sul sentiero.

Mentre il bosco raccoglie le idee, nel sottobosco singole piante o grandi cespugli di Elleboro (Helleborus viridis e Helleborus foetidus) senza troppo filosofeggiare sono già passati al PIANO B: si stanno scuotendo di dosso la pesante coltre grazie all’aiuto del sole. Dove un raggio riesce a trapelare c’è un Elleboro che si sta facendo… la doccia di calore. La corona di sepali che contiene il vero e proprio fiore può contare sulla posizione all’ingiù tipica dei fiori del freddo, come il Bucaneve (Galanthus nivalis). Stare chini per eludere il peso della neve, della pioggia battente o della brina non vuol dire certo essere timidi o remissivi, vuol dire essere accorti!

E l’Elleboro, nonostante la postura solo apparentemente dimessa, è una pianta robusta e orgogliosa, può alzarsi anche di mezzo metro e allargare bene il suo cespuglio di foglie palmate e seghettate, che non offrono alcun appiglio a ciò che vi si potrebbe depositare sopra. Velenoso e curativo, si dice che abbia poteri allucinogeni, ma mentre lo osservo in questo pomeriggio di ghiaccio mi sembra che il suo incarico principale sia un altro.

L’Elleboro tiene accesa la vita del bosco nel profondo dell’inverno e ci traghetta al termine della stagione fredda. E forse, più che a Caronte, nocchiero per eccellenza, l’Elleboro è somigliante all’Angelo Custode. Ma come? Una pianta che è anche velenosa in funzione di angelo? Credenze antiche sul culto dei morti parlano di un ponte che le anime devono attraversare per andare nell’Al di là, passando dalla Terra al Cielo: alcune di questa tradizioni influenzate dal Cristianesimo raccontano di una passatoia su un baratro, chiamata Ponte di San Giacomo, che le anime devono passare mentre vengono assistite dal proprio Angelo custode. L’Elleboro può rappresentare veramente l’inizio della rinascita.

È come se fossimo alla fermata di un tram che non arriva mai, poi in lontananza vediamo arrivare una luce, il fanale, l’Elleboro è sbocciato, il grigiore si squarcia, l’attesa è finita. Si parte. Da quel momento in poi abbiamo la certezza, e il sollievo di questa certezza, che le prossime fermate del viaggio saranno Primula, Anemone, Polmonaria, Star of Bethlehem, Violetta, Narciso e poi Clematide, Maggiociondolo Rosa, Caprifoglio, Peonia, Gelsomino, Ortensia, Gardenia, Pelargonio…

Arriveranno colori e profumi, i rumori degli animali, le loro voci, il fruscio delle fronde piene e verdeggianti si sostituirà a questo silenzio interdetto, turbato ogni tanto dagli scricchiolii degli alberi sotto pressione: tutto sta per accadere e l’Elleboro approfitta di un colpo di vento per spazzare definitivamente le sue corolle da piccoli cristalli di ghiaccio.

Ilaria Beretta

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