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Dal nostro inviato per i giardini del mondo: i giardini persiani in Iran

3 luglio 2017

Ho sempre mandato a Pia Pera, tornando dai miei viaggi, brevi descrizioni dei giardini e degli orti che vedevo altrove per il suo “Ortidipace”; le si può leggere ancora (Armenia, Azerbaijan, gli orti fra le mura di Istanbul, le pergole uzbeche…) su questo sito, tanto che lei mi aveva definito scherzosamente “il nostro inviato per i giardini del mondo”.

Sono stato recentemente in Iran in un lungo viaggio, il cui pezzo forte erano proprio i giardini: quelli importanti e conosciuti e quelli che nessuno va a vedere o nota.

Allora, cara Pia, ti mando questo rapporto sui giardini persiani, sperando che tu gli dia un’occhiata da lassù, mentre stai modificando i Campi Elisi, così ordinati e a modino con vialetti e aioline, in nuovi giardini selvaggi e naturali, come piacciono a te.

 

Alcuni giardini persiani

Non intendo riproporre qui la discussione su dove è nato il giardino. I giardini pensili di Babilonia? E prima? Direi che dovunque si sia passati dal nomadismo alla stanzialità, lì è nato, assieme all’orto, anche il giardino: magari tutti e due assieme. Certo il giardino di Ciro il Grande a Pasargade in Iran (metà del secolo VI° a.C.) retrodata di parecchi secoli la formalizzazione, per esempio, del giardino romano. A Pasargade il giardino della reggia di Ciro si legge ancora benissimo: è un ampio quadrilatero adiacente al palazzo con i canali provenienti dai vicini monti che lo movimentano e al tempo stesso lo irrigano: un’oasi in quel deserto di terra e sassi che è l’altopiano dell’Iran centrale. Sostanzialmente è la pianta e lo schema del cosiddetto “giardino islamico” che dalla Persia si diffuse in tutta l’area del Medio Oriente e fino all’India anche prima dell’Islam.

In Iran l’Unesco ha censito e protegge nove giardini storici (fra cui il sito archeologico proprio di Pasargade). Lo schema basilare è sempre lo stesso: un rettangolo con due corsi d’acqua che si incrociano, una fontana o una vasca nel mezzo, uno o più padiglioni simmetricamente disposti e poi piante oppure alberi nei quattro quadrilateri formati dai canali. Ma, nei secoli, si sono avute variazioni significative allo schema base, pur resistendo il disegno e la struttura. Del resto, è dell’arte orientale ripetersi con leggere, ma importanti variazioni.

La presenza dell’acqua è fondamentale nel giardino persiano e lo caratterizza. Essa non solo lo consente rendendo coltivabile il terreno, ma lo abbellisce e ne fa un luogo di delizia con la sua frescura, il suo mormorare, il suo scorrere e dunque rompere la staticità sia pure relativa dell’impianto vegetale. L’acqua proviene sempre da montagne vicine con cime (quasi) perpetuamente innevate; viene immessa in canali coperti chiamati qanat, interrotti in più punti da pozzi o reservoir. Quando arriva ad irrigare il giardino è ancora freschissima ed ha una pressione tale da consentire zampilli e getti con la sua stessa forza, senza bisogno di pompe. In più, una volta irrigato il giardino e fatta bella mostra di sé, essa continua la corsa e va ad irrigare i successivi campi. È esattamente lo schema applicato per le fontane della Reggia di Caserta, solo che qui essa proviene da falde e fonti, e non dallo sciogliersi di nevi più o meno eterne.

Bagh-e Shahzade vicino a Mahan

Giacché abbiamo nominato i giardini dei Borbone a Caserta, guardiamo il più famoso dei giardini persiani: quello di Shahzade (Bagh-e Shahzade) vicino alla cittadina di Mahan a più di 800 Km a sud-est di Teheran. È il giardino più noto e meta turistica prediletta per gli iraniani stessi, ma non è certo il più antico. Fu creato dal locale governatore (che poi vi morirà assassinato) e si caratterizza perché, unico, ha l’acqua che scorre in otto ampie cascate, di vasca in vasca, con un padiglione e una vasca ai due estremi. Attorno, aiole di fiori (molte rose: chi l’ha detto che le rose vengono bene solo nell’umida campagna inglese del Surrey?) per ogni stagione, e poi, al limitare, alberi d’altissimo fusto. Dietro a questi, alberi da frutto di ogni genere: anche una pergola di vite che un tempo produceva uva da vino, e oggi solo uva da tavola. L’effetto è paradisiaco, specie dopo il tramonto e al mattino presto, quando – se prendete una camera nella foresteria del giardino – sarete gli unici, assieme ai giardinieri, a godervi lo scroscio ordinato delle cascate e i mille uccelli che popolano questa oasi in pieno deserto. Bellissimo dunque, ma c’è qualcosa di troppo rispetto al classico giardino persiano: troppa acqua, troppe cascate e troppo rumore rispetto ai classici due canaletti ortogonali. Vuoi vedere che, se si approfondisse la storia di questo giardino, salterebbe fuori che quel tal governatore che lo volle, Abdul Hamid Mirza, aveva visto la Reggia di Caserta o qualche sua immagine o qualche altro giardino occidentale che a Caserta si ispira? Niente di più probabile, essendo Bagh-e Shahzade della metà dell’800. L’effetto, comunque, è meravigliosamente equilibrato, fra fiori, piante, alberi, acqua e due padiglioni, ai due capi della fila di cascate, leggiadri ma tutt’altro che pomposi.

Bagh-e Eram a Shiraz

Un altro magnifico e celebre giardino è Bagh-e Eram a Shiraz. Qua l’acqua scorre in canaletti azzurri e maiolicati, come d’uso, e muove da una vasca in posizione elevata davanti ad un padiglione riccamente decorato, all’intorno siepi geometriche e fiori di ogni genere. In basso, vialetti e alberi d’alto fusto in ogni ampio quadrilatero. Il giardino oggi è gestito dall’Università locale come orto botanico: ciò ne garantisce l’ottima manutenzione, ma lo caratterizza e lo imparenta ad altri orti botanici. C’è il giardino delle rose e il giardino roccioso e il giardino delle succulente e così via, come in ogni orto botanico che si rispetti. Ciò snatura un po’ il luogo di delizie e ne accentua il carattere didattico e utilitaristico. Meglio rifugiarsi più giù, nei campi quadrati dei melograni, che già a tarda primavera sono un tripudio di fiori vermigli e poi si caricano stracolmi di frutti.

Bagh-e Fin a Kashan

Bag-eFin, una volta oasi isolata, oggi nella periferia della città di Kashan, a ridosso di alte montagne, è, tra i giardini importanti, il più vicino al classico giardino persiano.Come sempre, un quadrilatero cintato da alte mura vicino ad alti monti da cui trae l’acqua che si incanala in un reticolo di canaletti più o meno grandi che formano vasche con zampilli e lambiscono o addirittura penetrano in alcuni padiglioni deliziosamente decorati anche (cosa rara) con figure umane. Le miniature persiane che descrivono gli ozi ed anche le prodezze erotiche dei ricchi signori (shah) debbono essersi ispirate a giardini come questo che, almeno nel suo impianto, risale all’VIII° secolo d.C. In esso, come spesso accade in questi giardini, prevale il verde sui fiori. Nonostante la ressa dei turisti che quotidianamente lo invadono (compresi, anzi soprattutto gli iraniani che amano moltissimo frescheggiare e farsi selfie in ogni spazio verde), il giardino mantiene intatto il sapore del classico giardino persiano.

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Di molti altri giardini si potrebbe parlare, quelli interni dei palazzi storici di Kashan, forse un po’ ripetitivi, al pari dei palazzi stessi, espressione di una borghesia arricchitasi nell’Ottocento. Eppure, anche fra questi non può non sorprendere uno “ribassato”, vale a dire più in basso del livello di ingresso dell’edificio e come incassato. Il che avviene anche con il semplice e rarefatto giardino della moschea e madrasa Agha Bozorg, sempre a Kashan.

Come non richiamare poi i giardini di Esfahan, essa stessa, nel suo complesso, una leggendaria città giardino solcata da un fiume che, attraversato dai meravigliosi ponti storici, forma sulle due rive un continuo ombreggiare di giardini. E, fra quelli classici, ricordiamo solo i due, che accompagnano due “ville” o luoghi di delizie, di cui non si può dire se sia più armoniosa l’architettura o la decorazione: Hasht Behesht e Chehel Sotun. Come non ricordare anche i giardini che, dalla cima della torre della fortezza di Meybod, si vedono punteggiare e accompagnare le semplici case di mattoni di terra cruda della zona vecchia della città: ciascuno con le sue mura ormai frananti, ciascuno con una sua piccola pergola di vite e poi alberi da frutta e alberi d’alto fusto, rifugio e frescura per chi non poteva permettersi il vero e proprio giardino persiano, ma non meno incantevoli.

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Ho descritto tre giardini grandiosi e certamente eccelsi (dal latino ex coelo: immagini del cielo o luoghi del paradiso) ma che – per un motivo o per un altro – non mi hanno convinto del tutto. Vediamone altri tre in ordine di importanza discendente, ma quanto a bellezza forse ascendente.

Bagh-e Dolat Abad a Yazd

Il primo è Bagh-e Dolat Abad a Yazd, recentemente restaurato ed aperto. Visitato al tramonto quando il sole sembra incendiare il padiglione centrale e l’altissima torre del vento (una torre particolare per captare ogni refolo di vento e rinfrescare gli ambienti sottostanti). La luce penetra nel padiglione e attraverso i vetri colorati si fa fiamma rossa, blu, verde, gialla. Davanti al padiglione una vasca con alti zampilli e poi un lungo canale di quasi 200 mt. che scorre veloce con dolce mormorio. Nel giardino non vi è neanche un fiore. Il canale è delineato da due vialetti, due alte siepi e due file di alberi di alto fusto. Al di là, negli appezzamenti quadrangolari, alberi da frutto; quadrato per quadrato melograni, albicocchi, ciliegi, meli, agrumi e quant’altro. Una cinta muraria racchiude il tutto. La pacifica bellezza del giardino si trasforma nell’ordinato svolgersi del frutteto.

Emamzadeh Sultan Sayed Alì a Nain

A Nain, piccola cittadina fra Yazd e Esfahan con una bellissima moschea forse selgiuchide (e dunque senza piastrelle multicolori, finalmente si respira e l’occhio riposa!), al mattino visitiamo il giardino del mausoleo sufi di Emamzadeh Sultan Sayed Alì oggi trasformato in una rara scuola coranica femminile. Il mausoleo austero, in pietra, ottagonale, sta al centro di un appezzamento regolare racchiuso da mura e solcato da due canaletti ortogonali. È tutto coltivato soltanto ad alberi di pistacchio. I pistacchi (intesi nel senso degli alberi) sono piante abbastanza alte, ma non altissime, così da raggiungere la cima con le mani e raccogliere i frutti. Hanno la chioma piuttosto rada (“che un uccello ci possa volare dentro”, come diciamo noi degli ulivi) e le foglie, piuttosto larghe, color verde argenteo. I manufatti in pietra, le file di pistacchi color argento, le ragazze velate di nero ma sorridenti che corrono a nascondersi nelle aule (ma poi attaccano facilmente discorso) formano un panorama più agreste che di giardino, ma di incanto assoluto.

Infine, vogliamo dare il primo premio fra tutti questi giardini, alcuni notissimi, altri meno, ma tutti meravigliosi? Giochiamo, allora, la carta di questo giardino.

Aramgah-e Shah Nematollah Vali a Mahan

Nella piccola città di Mahan, poco più di un villaggio prettamente agricolo e sonnacchioso non lontano dalla meraviglia di Bagh-e Shahzade, sta il mausoleo Aramgah-eShah Nematollah Vali, noto per la sua cupola e quattro minareti di foggia strana tutti ricoperti di maioliche blu-bianco-nero dalla base alla cima e per una stanzetta decorata da scritte coraniche affrescate molto molto antiche. Il giardino non grande, fra l’ingresso e l’edificio del mausoleo è caratterizzato da un’ampia vasca centrale e quattro canali ortogonali, bassi e con poca velocità; nei quattro quadrati, quattro vecchi cipressi. Attorno alla vasca, sul suo bordo e lungo i canali, una fila ininterrotta di vasi da fiori in terracotta: niente di lussureggiante, per lo più gerani, qualche rosa qua e là. Centinaia di vasi che rifioriscono anno dopo anno, da centinaia di anni, senza sforzo apparente, basta il “sacrestano” del mausoleo a mantenerli, così come crescono da soli i quattro cipressi e come l’acqua continua a scorrere dalle non lontane montagne. Ecco, a me pare che questo pacifico luogo di riposo e preghiera, di frescura in mezzo al deserto, sia paragonabile ai più bei chiostri dei nostri conventi, forse più laico di quelli. Mi pare l’estratto, il distillato del giardino persiano.

Ezio Menzione – primavera 2017

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