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Un orto sospeso

23 febbraio 2015

Sui palazzi delle città esistono molti “orti verticali”: gli amanti del verde, coloro che, pur vivendo nel pieno centro delle città caotiche e inquinate, desiderano mantenere un contatto con il terreno, poter gustare il frutto di qualcosa coltivato con le proprie mani, allestiscono orti sulla cima stessa dei palazzi. Ne esistono anche in Italia e spesso sono opera di valenti architetti-paesaggisti o di giardinieri molto capaci. Alzando lo sguardo, dal fondo delle strade urbane, per esempio a Milano, si possono soltanto indovinare questi orti in alto, nascosti alla vista, quel che si riesce a vedere è solamente il loro contorno, gli arbusti che, saggiamente, al limite esterno, sono stati posizionati in capienti vasi per riparare quanto più possibile il cuore di quegli orti da smog e rumori.
Se abitassi in città non esiterei un minuto, avendo a disposizione un attico, un ampio terrazzo, all’ultimo piano di uno di quegli edifici, a fare altrettanto. Con i vantaggi e gli svantaggi che un orto così concepito comporta. Gli svantaggi sono nel dover cambiare il terriccio ogni determinato numero di anni,  nel dover , per forza di cose, ponderare  bene e a fondo i lavori di impermeabilizzazione, nel valutare i carichi possibili che non si possono piantare, in vasi o vasconi, cassette ed altro, a  cuor leggero. La fatica di portare tutto via ascensore o a piedi, in mancanza, non da’ pensieri da poco. Ho avuto un terrazzo, non amplissimo ma abbastanza grande da accogliere una messe di vasi, era a Raito, villa Cantarella, ed anche i vicini, proprietari dell’immobile, gradivano ed avevano anch’essi dei bei vasi sui loro. Si può dire che in una superficie limitata uno può fare il proprio apprendistato. Si impara molto dalle ristrettezze, si impara che la terra è un bene prezioso e una determinata essenza, alcune più di altre, letteralmente, risucchia ed assorbe ogni elemento nutritivo e svuota il terriccio di ogni vitalità. Si impara pure a fare dei buoni vasi, con il buco ben aperto per lasciar libera l’acqua in eccesso e pure a costituire uno strato di fondo per il drenaggio, sassolini, fogliame, sfagno o altro. Un buon vaso si comincia dal fondo, viceversa, una volta insediata male una pianta non si può che assistere, impotenti, alla sua irrimediabile rovina.
Un vaso su un terrazzo è già di per sé bello: nei punti più alti, ben visibili delle antiche dimore di campagne, nel sud Italia si usavano e si usano ancora, dei bei vasi, molto decorativi, con agavi.
La ragione non è solamente estetica, si dice che le punte, acuminate, tengano lontano il malocchio, un po’ rivestendo le funzioni apotropaiche, di scongiuro che hanno anche il “corniciello” il popolare cornetto di corallo e che derivano senza dubbio alcuno direttamente dal Priapo dei Romani. Un vaso sulla punta di un pilastro, lassù esiliato, non può, inoltre, che contenere qualcosa che richieda di non essere innaffiato. Un’agave, pianta succulenta, resiste bene a lungo senza essere bagnata e la pioggia le può bastare. Ben vengano quindi, gli orti verticali, sono le novelle ziqqurat, i giardini pensili delle Babilonie moderne ed, siano stati disegnati e concepiti da architetti o giardinieri professionisti o frutto di amatori,  accolgono una  piccola fauna urbana che, senza, se la vedrebbe molto peggio. Il giardino siffatto ha i suoi vantaggi. In una città non ci sono estesi campi coltivati e quindi è più remota la possibilità di venire contaminati da pollini di piante geneticamente modificate, per esempio. In un giardino così concepito si possono anche allevare antiche piante da frutto e così salvaguardarle, ed antichi ortaggi, non ci si deve preoccupare di contaminazioni.
E poi, occuparsi delle nostre sorelle piante così da vicino, una per una, tutti i giorni, ci rende molto felici, noi ne siamo assolutamente responsabili, esse sono davvero come la rosa per il Piccolo Principe. Sono le nostre piante e dobbiamo prendercene cura. Oggi, poi, esistono una serie di attrezzature idrauliche per garantire l’acqua anche in nostra assenza. Non v’è che la scelta anche se, personalmente, preferirei agire come una mia amica che lascia una mancia alla portinaia e costei si cura di innaffiare quando ve n’è bisogno. Un impianto di irrigazione, per quanto sofisticato, può guastarsi ed allora il nostro giardino verticale ne può seriamente risentire.
Meglio ancora avere dei vicini che condividono questo nostro amore e quindi, alternandosi, prendersi cura dei rispettivi terrazzi quando l’altro è assente.
Io voglio parlarvi del mio attuale, in costruzione, “orto sospeso”. E’ un luogo che sto strappando, metro per metro, alle rocce, al selvatico apparentemente inestricabile costituito da rovi e robinie,
è a strapiombo, su una parete di roccia, una falesia alta una trentina di metri circa. Sotto, l’area della cascata Vallategna, una splendida caduta d’acqua che porta al Lambro, poco distante, l’acqua scrosciante del torrente Foce. Siamo a circa cinquecento metri d’altezza, l’area è quella del triangolo lariano, la valle è la Valassina e giace , una splendida veduta, esattamente sotto il poggetto di Cranno, dove realizzo il mio sogno di orto sospeso. Quando ho deciso di acquistare  questo podere, la sua porzione di appartamento, minuscola, nella vetusta casa colonica di inizio novecento detta “Cà dell’aria”, ho osservato bene com’era posizionato. Il paesaggio splendido, dall’alta erta del poggio si ammira il Lambro che qui corre tra pioppi e saliceti, forma isolette e , in un ambiente fortemente antropizzato, conserva la sua natura ancora intatta, la varietà della posizione che sui diversi versanti ha la falesia, con la cascata, il torrente come naturale confine, insomma, come è detto nel Feng Shui cinese, l’arte del collocare i morti, in origine, poi divenuta l’arte di collocare “ i vivi” ovvero l’arte di abitare, la presenza di questi elementi, l’acqua, la roccia, il vento, la terra, mi son convinto che qui potessi abitare e custodre i miei pensieri e le mie azioni.
Una parte del terreno è fortemente digradante. Dapprima, non sapendo cosa sarei riuscito a realizzare dopo, ho cercato di proteggermi da eventuali cadute con una robusta recinzione laddove non sembrava esservi riparo, poi, ho valutato e letto meglio le cose.
Immaginate di lavorare su uno di quei terrazzi di città, in uno di quegli orti verticali di cui sopra, ma senza nessuna ringhiera, nessuna balaustra, un parapetto, qualcosa a proteggervi dal vuoto.
Ecco, io ho iniziato così l’avventura solitaria di questo “orto sospeso”. Ho capito che data l’esposizione, meravigliosa, a sud, il digradare che sembrava repentino della costa, poteva, con accorgimenti vari, venire addolcito e messo in sicurezza. Quelli che sto strappando alla roccia non saranno mai ampi come i terrazzamenti della costa d’Amalfi, sono strisce strette, ridotti tracciati che diventeranno un naturale proseguimento di quanto già esiste di coltivato. Le robinie, accorciate, diventano i puntelli intorno alle quali ricavare i passaggi e i loro tronchi, abbattuti e posti di traverso, sono le ringhiere di protezione. Mano mano, liberando dai rovi e disboscando con discernimento, avanzo e conquisto spazio al futuro giardino, l’orto sospeso. A differenza che su un terrazzo cittadino, qui puoi incontrare rocce impreviste e dover girare intorno o addirittura dover lasciar perdere e proseguire oltre, è un lavoro che richiede capacità di visione totale e che tiene la mente e i nervi vigili. Ci vuole anche coraggio. Penso a certe montagne birmane o cinesi completamente terrazzate, le curve sinuose delle risaie risalgono le creste e un disegno curvilineo, tornanti su tornanti, un serpente addomesticato ha addolcito le vette ed il riso cresce dove dovevano esserci foreste e boscaglie, senza mezzi meccanici, senza motori, e sono convinto che quei capolavori di ingegneria siano stati dettati dalla necessità e dall’amore. Saranno occorsi millenni e la fatica di generazioni per livellare in quel modo montagne intere. Come i nostri muretti a secco, una tecnica di costruzione popolare che si è quasi del tutto persa ma che permetteva di sostenere colture come la vite o l’ulivo, gli agrumi, dove nessuno avrebbe ritenuto logico il piantarne. In questi spazi così ristretti lavoro di piccone e vanga, di secchi di terra da asportare o immettere, di trinciarami e d’ascia, e solamente “facendo” scopro cosa strappare ancora al selvatico. Pur volendo, non c’è spazio per due o più persone, un lavoro certosino che svolgo saggiando con pazienza il terreno. Sapendo che, un passo falso, una sciocchezza, significa una caduta da una ventina di metri.
Dove ho già messo in sicurezza, la parte più sovraelevata, lavoro partendo dall’alto verso il basso, ora ci sono ribes e fragole, alcuni peschi, dalle balze scendono giù come in festa tralci di timo strisciante, santoreggia, lavande, salvie… Si, l’orto sospeso non è facile da realizzare e quando sei stanco o quando piove è meglio sospendere il lavoro. Aguzzando la vista, giù, dal fondovalle, si comincia a vedere quanto poi, verrà realizzato, se lavorare la terra ti riporta in pace ed in armonia con te stesso, con gli elementi, giungere a strappare alla roccia altri frammenti di paradiso, di giardini verticali, non può che riempirti di soddisfazione. Mi dico che, come la cascata si getta felice a capofitto nel fiume, così, i semi dei miei fiori si tufferanno, persi nell’aria, nel vento e andranno a fecondare la valle, giù, anch’essi come la cascata, a tuffarsi giù dal nuovo “orto sospeso”.
Teodoro Margarita

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