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Rodengo Saiano

1 dicembre 2014

Segnalo questa attività avviata nella scuola di Rodengo Saiano.
Alessio

Vivaio scolastico a Rodengo Saiano
I ragazzi delle elementari seminano e custodiscono le piante che una volta grandi abbastanza saranno piantate in paese, o in qualsiasi altro posto sarà disponibile a ospitarle.

http://www.ortoparco.altervista.org/wio.html

Peppino il semino
In un sacchetto di tela si trovava Peppino, un seme piccolino che se ne stava lì in compagnia dei suoi piccoli amici.
Peppino era un tipo molto simpatico che amava stare con gli altri e scoprire cose nuove: aveva esplorato ogni angolo e ogni piega del sacchetto.
Un giorno d’autunno, Peppino era stato svegliato dal riposino pomeridiano da un terremoto fortissimo.
Dopo qualche ora il nostro semino e i suoi compagni venivano portati a scuola per essere seminati.
Peppino, non molto contento per questa novità, cercava in tutti i modi di trovare rifugio tra le pieghe della stoffa, ma, proprio quando credeva di essere riuscito a scappare alla cattura, veniva infilato dentro un vasetto con alcuni dei suoi fratellini.
Ora Peppino era ricoperto dal soffice terreno, ma si sentiva sempre più debole e stanco, tanto che un giorno, mentre stava per addormentarsi, pensò tutto triste che fosse la fine.
Un bel giorno, però, cominciò a spuntare, un debole ciuffetto verde che spingeva contro la terra per cercare di uscire.
Era Peppino, che, diventato una piantina, cresceva senza mai fermarsi, fino a diventare una bellissima spiga.
Ora era veramente felice, poteva vedere tante cose nuove che prima, nel sacchetto, non riusciva nemmeno ad immaginare: la pioggia lo rinfrescava, il sole lo scaldava, il vento lo accarezzava e gli uccellini lo salutavano festosi.
Con lui c’erano anche tutti i suoi amici che erano stati seminati quella mattina e anche loro erano diventati bellissime piantine.
Scritto da Laura (tratto da un racconto di Massimiliano Busa)
per i bambini della scuola elementare di Rodengo Saiano

Ghiande
Non si parlava d’altro nel bosco. Erano nati due scoiattoli capaci di parlare la lingua degli uomini.
A che serve, si chiedevano in molti. Parlare la lingua degli uomini non ci farà certo trovare più cibo.
Ma non tutti la pensavano così. Il gufo convocò il gran consiglio per decidere cosa fare di questo dono inaspettato.
Per prima parlò la vecchia quercia, che tutti ascoltavano sempre con rispetto.
Quando ero un giovane alberello, i miei nonni raccontavano di un tempo molto lontano in cui gli uomini mangiavano le ghiande. Da molti secoli l’uomo coltiva il grano, fa un pane morbido e saporito e non si cura più del bosco.
Da qualche anno viene un uomo a raccogliere delle ghiande. Vorrei chiedergli perché lo fa.
Prese la parola il più anziano degli scoiattoli.
Anche io ogni autunno vedo quell’uomo sotto i tuoi rami. Ne raccoglie poche, ma le ghiande sono il nostro cibo. Se un giorno le raccogliesse tutte noi cosa mangeremmo?
La scoiattolina e lo scoiattolino si riempirono per bene la pancia e scesero in paese per compiere la missione. Ritrovare le ghiande, o almeno capire che fine avessero fatto.
Incontrarono un signore elegante e gli chiesero: Conosci l’uomo che raccoglie le ghiande?
E’ alto e grosso? Sì, ha una pancia così, risposero gli scoiattoli.
Pochi capelli e barba bianca? Sì, ha tanti peli in faccia che non si capisce se ride o piange.
Veste sempre panni pesanti? Sì, da lontano sembra un orso.
Si appoggia a un bastone storto? Proprio così, lo conosci?
No, disse il signore elegante.
Poi incontrarono un signore alto e grosso, con la pancia così, pochi capelli e barba bianca, si appoggiava a un bastone storto, vestito di panni pesanti, sembrava un orso e non si capiva se rideva o piangeva.
Sei tu che raccogli le ghiande della grande quercia?
Sì, sono io.
E a cosa ti servono?
Ah, non lo so. Io le do a mia nipote.
Andarono dalla nipote, alta bionda senza bastone e senza barba.
A cosa servono le ghiande che ti dà tuo nonno?
Ah, non lo so. Io le do alla preside.
Andarono dalla preside.
Dove sono le ghiande che ti dà la bionda nipote dell’orso col bastone?
Ah, non lo so. Io le do alle maestre.
Andarono dalle maestre, bionde more rosse alte basse snelle e cicciottelle, però tutte belle.
Fuori le ghiande, per favore, ci servono per mangiare. Dove le avete messe?
Ah, non lo sappiamo, le abbiamo date ai bambini.
Andarono dai bambini. Sembrava impossibile, ma erano più belli delle maestre.
Bambini, dove sono le ghiande?
Le abbiamo messe in quei vasetti in giardino.
Corsero ai vasetti. Ma questi sono solo dieci! La grande quercia dice che negli ultimi venti autunni l’orso barbuto ne ha prese almeno duecento.
Non sappiamo che dirvi, dissero i bambini, noi siamo piccoli. Però sappiamo che domani ci portano al parco per dirci cosa fare di questi vasetti.
I due scoiattoli tornarono nel bosco e raccontarono del vecchio, della bionda, della preside, delle belle maestre, dei bambini, dei vasetti e della gita al parco.
Ah se potessi muovermi, disse la vecchia quercia che moriva dalla curiosità e che una gita non l’aveva mai fatta.
Tutti gli altri si organizzarono per andare a vedere che fine avrebbero fatto le ghiande.
L’indomani un corteo singolare attraversò le strade del paese. Il vigile con il braccio alzato fermava le auto per far passare i bambini in fila per due accompagnati dalle maestre, e dietro di loro scoiattoli, topi, leprotti, cinghiali, volpi in fila per 2.. 5… 3… 9… 1… 18, o mamma mia!, in nessuna fila e con sopra un turbinare di uccellini a fare da scorta alla spedizione.
Quando arrivarono al parco, gli animali del bosco restarono senza parole, anche i due scoiattoli che sapevano parlare. Fra l’erba c’erano non dieci, non duecento, ma diecimila ghiande, cadute dai rami dei duecento alberi piantati negli anni dai bambini. Alberi cresciuti nei vasetti, dalle ghiande distribuite dalle belle maestre, che le hanno ricevute dalla preside, amica della bionda nipote del vecchio dal bastone storto.
Duecento figli della grande quercia che racconteranno ai loro nipoti il tempo in cui gli uomini presero l’abitudine di piantare querce anche se il pane di frumento è più soffice e saporito del pane di ghiande.
(Scritto da Alessio
per i bambini della scuola elementare di Rodengo Saiano)

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