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l’orto collettivo delle Zitelle alla Giudecca

22 maggio 2012

E se in un’isola abbandonata spuntasse un orto?

di Claudia Fornasier
Categoria: Esperienze

Questa è una storia di orti e «pirati» delle patate. Più di orti clandestini e patate che di pirati, perché è di un «assalto» verde, a terre abbandonate che nessuno coltiva più, che si parla.

In un’isola che per forza deve essere segreta, c’è da qualche mese una fattoria clandestina.

Un ettaro di terra sabbiosa, di cui nessuno si occupava più da decenni, ricoperta d’erba e viti abbandonate a se stesse.

I «pirati» sono i contadini urbani di Spiazziverdi, il filone ambientale dell’associazione culturale Spiazzi, che rivitalizzano tutto il verde che gli capita a tiro: parchi e aiuole pubblici, balconi, terrazze, vasi e che hanno il quartier generale nell’orto collettivo delle Zitelle, alla Giudecca.

I pirati dunque, sono arrivati a remi nell’isola quasi due mesi fa, «armati» di 25 chili di patate e topinambur rigermogliati, con cui hanno seminato il campo dimenticato.

Patate e topinambur che crescono senza tante cure (a remi ci vuole mezz’ora buona per arrivare in isola), senza tanta acqua (ce ne sarà sempre meno), ma è solo l’inizio. Perché nell’orto clandestino cresceranno i prossimi mesi angurie sugar baby, camomilla, verbena, fagioli dall’occhio, rabarbaro.

L’obiettivo non è sfruttare la terra ma arricchirla, di biodiversità, di sostanza organica, di cultura, scrivono i pirati nel loro blog. L’ispiratore è Anthony Wigens e il suo libro «Clandestine farm» (Granada publishing, 1981).

Ecco un passo, per capire di cosa si tratta (ma nel caso dell’orto clandestino il proprietario del terreno lo sa):

«Un pomeriggio di marzo scavalcai la staccionata che divideva il terreno del mio vicino dal mio, camminai sui suoi terreni come fossero stati miei. Li guardai senza gelosia o desiderio di possesso, semplicemente come se non esistesse il concetto di proprietà e la terra fosse patrimonio collettivo. Questa sarebbe stata la Clandestine Farm….Considerate questo: la terra era qui prima di noi e ci sarà quando noi ce ne saremo andati. La terra non è inanimata, ci possiede, noi siamo solo una delle sue creature. La terra ci fornisce minerali, ci alimenta, ci veste, ci da un riparo – se abbiamo voglia di lavorare – e quando moriamo si riprende tutto ciò che le abbiamo dato».

Lo diceva con parole più semplici anche mia nonna Rosetta, classe 1900, contadina doc, costretta ad emigrare in «città». Nel suo spicchio di giardino tra i condomini e la strada, in un angolo (nascosto, perché all’epoca non era di moda e un poco c’era da vergognarsi) coltivava di tutto.

Lo avevamo ribattezzato l’«orto di guerra», convinti che coltivasse per non farsi cogliere impreparata in caso di un’altra guerra e razionamenti del cibo. Lei mangiava (e ci faceva mangiare) tutto quello che produceva.

I «pirati» di Spiazziverdi non hanno ancora deciso che farne. Si accettano idee….

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