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Le orecchie d’elefante, o forse il taro?

19 febbraio 2012

Una storia di piante dalle orecchie d’elefante.

Una volta non esistevano internet, Wikipedia, Google e il sapere viaggiava attraverso mezzi molto più caldi come i libri, i manuali, il passaparola, l’esperienza diretta delle persone. Ecco che in questo contesto, eravamo in Costiera amalfitana negli anni Ottanta, si svolge questa bella ed illuminante storia della mia colocasia antiquorum.  Orecchie d’elefante: così  chiamavamo questa splendida, esuberante pianta tropicale che coltivavamo in vaso ed anche in piena terra. Ve n’erano molte coltivate nei giardini, alcune davvero imponenti, anche presso giadini storici e prarticolarmente ben curati come Villa Rufolo a Ravello; anche nei parchi cittadini se ne trovavano. Affascinava per questo fogliame di un verde vivo, per la forma di queste grandi foglie sempre rinascenti da quella centrale e tutte disposte attorno al fusto centrale.  Allora non ero tanto ferrato in botanica, e l’amore per le piante era completamente sinestetico, legato intimamente al paesaggio, al sole, a questi giardini che visitavo, spesso curavo tra i terrazzamenti della Costiera, spesso sotto una coltre di limoni.

Accadde, dunque, che mia moglie, dovendo io recarmi a Parigi per ricercare materiali per la mia tesi di laurea, qui in Italia assolutamnte introvabili, mi chiedesse, lei appassionata di cucina, oggi si direbbe “etnica”, di portarle, acquistandola  presso i negozi asiatici facilmente reperibile, il taro, questa radice che costituisce nel sud est asiatico un prezioso alimento, base per tante pietanze tradizionali.

Orbene, mi recai di buon grado alla Porte d’Italie, a Parigi, allora quartiere con una forte componente asiatica e acquistassi, senza difficoltà, queste radici, tuberi di taro.

Mia moglie ne fu contenta e ne utilizzò una parte per la sua cucina. Alcuni tuberi li tenni per me, curioso di sapere che razza di verdura ne sarebbe venuta fuori, se sarebbe mai potuta germinare. Non passarono molte settimane che l’enigma venne risolto: il taro e la mia cara orecchie d’elefante erano, sono, esattamente la stessa pianta: ero andato fino a Parigi per riportare indietro ciò che avevo, abbondante, sia in vaso che in giardino!

Fu bello, fu una cosa che ci spiegò molto sui movimenti delle piante attraverso il mondo, sui loro diversi usi e utilizzazioni. Questa cosa strana, bizzarra, per certi versi, ci insegnò più di quanto oggi insegnino in rete. Poi ho appreso che esiste anche la alocasia e che è simile alla colocasia antiquorum, ho scoperto che col taro si produce anche un ottimo dentifricio, sempre dal tubero.

Mi rimane però, ed è struggente, il ricordo di quelle belle giornate di sole e di mare, laggiù in Costiera tra i limoneti, trascorse in serene letture accanto alla nostra bella orecchie d’elefante, il nostro taro cercato a Parigi e presente, a nostra insaputa, lì, felicemente rigoglioso, sul nostro terrazzo.

Teodoro Margarita 

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