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Una pianta coltivata da millenni: l’Atriplex hortensis

3 Aprile 2007

Molte sono le piante che l’uomo, durante la sua millenaria storia, ha “addomesticato”, trasformando spesso specie con frutti insignificanti o di poco conto, in altre con caratteristiche assai migliorate, tanto da non sembrare spesso nemmeno parenti dei loro “genitori” ancestrali.


Basta infatti pensare a molte piante da frutto: meli, peri, ecc., per non parlare del grano o del mais, per accorgersi di quale e quanta trasformazione sia stata operata nel corso dei secoli, partendo dalle specie spontanee, per raggiungere i risultati attuali.
Ma ci sono sempre le eccezioni alla regola, e la seguente storia ne è una conferma.
Durante una manifestazione primaverile avvenuta a Castiglione Garfagnana nel maggio 2006 si era presentata una mostra sulle erbe spontanee alimentari “Erbi buoni, erbi cattivi”, questo era il titolo,  in cui figuravano una cinquantina di specie vegetali eduli e – naturalmente – anche alcune tossiche. Nella collezione erano presenti anche alcune Chenopodiacee commestibili, precisamente il farinaccio (Chenopodium album) e il Chenopodio Buon Enrico o spinacio di monte (Chenopodium bonus-henricus).
Poco dopo l’inaugurazione un signore si avvicinò alla mostra con una pianta erbacea in vaso, che in Garfagnana chiamano “Treppico”, chiedendoci di identificarla e dicendo che tutti gli anni gli cresce nell’orto e viene consumata a guisa degli spinaci ed anche per farne gustose torte. 
Identificata subito come una pianta simile al Chenopodio Buon Enrico e quindi una chenopodiacea, rimanemmo però perplessi perchè alcuni caratteri non corrispondevano, cosicché si rimandò la sua identificazione al momento in cui la pianta sarebbe andata in fioritura.
Successivamente la stessa Mostra fu portata a Colognora di Pescaglia, nella Media Valle del Serchio, dove esiste un importante Museo del Castagno, nell’ambito di una manifestazione locale. Anche in questa località notammo con sorpresa in un orto vicino al viale principale numerose piante con i semi dello stesso “Treppico” che avevamo visto in Garfagnana. Rintracciata la proprietaria, ci disse che queste piante le coltivava da tempo immemorabile e ogni anno si lasciava i semi per riprodurle l’anno successivo. Naturalmente, è stata identificata la specie di appartenenza: si tratta di Atriplex hortensis L., famiglia Chenopodiaceae.
Questa specie è originaria dell’Asia centrale (Mongolia), da dove si è poi diffusa successivamente in Europa e quindi nel N. America. Oggetto di raccolta alimentare fin dalla preistoria, è ben nota già dal tempo dei Romani, che ne facevano grande uso e già si chiamava Atriplex; è stata tenuta in grande onore nel Medioevo e nell’epoca rinascimentale, ma venne successivamente detronizzata dall’odierno spinacio. Attualmente è coltivata quasi esclusivamente nel centro Europa.
Quindi, il treppico è rimasto nelle nostre terre, coltivato dall’uomo, per oltre 2.000 anni senza che ne siano state alterate le sue caratteristiche naturali!
Conosciuta anche come Atreplice degli orti o bietolone rosso, ha inoltre altri nomi volgari, quali spinacione e bietolone, oltre che treppico; in inglese Orach, mountain spinach, orache, arache, orage, butter leaves. Qualche volta è chiamato anche “salt bush” per la sua tolleranza al suolo alcalino. In francese French spinach, Arroche, arroche des jardins, Belle dame ed infine  in tedesco Melde, Gartenmelde.
Ma veniamo alla sua descrizione.
Si tratta di una specie annuale alta fino a 2 m, con fusto eretto, angoloso e portamento piramidale. Foglie con lamina triangolare-astata (3-4 x 6-10 cm) acute, intere o leggermente sinuose, generalmente con margine liscio, a volte con qualche dente, le superiori più piccole, con picciolo di 1 cm e lamina strettamente lanceolata.
In estate, gli steli si allungano ramificandosi, producendo infiorescenze riunite in pannocchia ramosa in luglio-agosto; fiori poligami insignificanti verdastri o rossastri (impollinazione anemofila), cui seguono numerose infruttescenze membranacee, dapprima erbacee, poi cartilaginee, bruno chiare o rossastre, contenenti piccoli semi neri. A volte vengono prodotti semi senza membrana, spesso non vitali.
L’uomo ha comunque “lavorato” anche sull’ Atreplice degli orti, creandone alcune cultivar le cui foglie possono essere giallo verdi, rosse o rosso porpora, di forma triangolare o astata.
Fra queste, la cv. alba è forse quella più comunemente nota. Le foglie sono verde chiaro, quasi giallognole. La cv. rubra ha steli, foglie e infiorescenze rossastre; quella verde, nota come Green orach o Lee’s giant orach, è la più vigorosa, con fusti robusti e ben ramificati; è probabilmente quella che maggiormente corrisponde alla specie. Le foglie sono più arrotondate, prive o quasi di denti e di colore verde scuro. L’ultima varietà infine, poco nota, ha fogliame e fusti color rosso rame.
Una specie che si coltiva facilmente
 Lo Spinacione si coltiva bene in terreni poveri, preferibilmente sabbiosi. È molto tollerante della salinità e del calcare nel terreno. Richiede il pieno sole e eventuali annaffiature nei periodi siccitosi, pur tollerando abbastanza bene l’aridità.  Sopporta solo geli moderati. Specie annuale, si propaga seminando in primavera i frutti interi, contenenti un solo seme, interrandoli non troppo profondamente e distanziandoli di almeno 20 cm. Le piantine si svilupperanno dopo 3 o 4 settimane.
Si può anche seminare in ambiente protetto e trapiantare all’aperto quando non è più freddo. Si inizia a raccogliere le foglie dopo 30-40 giorni.
All’aperto, si semina in marzo, su file distanti 50 cm per poi diradare a 20-30 cm lungo le file. L’atreplice degli orti tende ad andare a seme se non è abbondantemente innaffiato. Cresce comunque assai più facilmente dello spinacio ed è molto più tollerante del caldo, del freddo e della aridità. Le cultivar a foglie rosse sono inusuali fra i vegetali commestibili; inoltre non perdono il colore dopo la cottura.
Come si raccoglie e come si consuma
 La raccolta delle foglie deve essere frequente, man mano che si sviluppano; le piante vanno cimate spesso perchè non vadano a seme. Queste si consumano generalmente subito dopo il raccolto, perché appassiscono rapidamente. Vengono cucinate e impiegate in maniera analoga a quelle degli spinaci  e nelle zuppe di verdure. Possono essere cotte, anche senza aggiunta di acqua. Il loro gusto è simile a quello degli spinaci, ma la consistenza è meno succulenta e mucillaginosa.
 I Francesi tradizionalmente mescolano le foglie dello spinacione con Rumex acetosa, ma il sapore è troppo aspro per molti. Le varietà con foglie colorate rosso o porpora, vengono utilizzate fresche per decorare le insalate.
Ma non solo alimentare…
 L’atreplice degli orti viene infatti considerato diuretico, lassativo, rinfrescante. Un tempo gli veniva attribuita la capacità di attenuare le infiammazioni della gola; altri asserivano invece causasse pallore e idropsia… Scaldato con aceto, miele e sale e applicato sulla parte dolorante,era considerato un efficace rimedio contro la gotta. È detto altresì che calmi il cattivo umore! Il nome Orache, dato a questa come ad altre chenopodiacee, è una deformazione dal latino aurum, “dorato”, poiché coi i loro semi, in decotto e misti con vino, si supponeva si potesse curare l’itterizia. I semi, ad onore del vero, causano però vomito!
Angelo Lippi

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