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Brescia, scuola media A. Venturelli

24 Giugno 2010

 

 “Per un mondo più accOrto”: breve ma veridica cronaca dell’orto scolastico della scuola media “A. Venturelli” di Gussago (Bs)

Di Vittorio Nichilo

Fagioli, zucchine, pomodori e un po’ di speranza: abbiamo raccolto questo nell’orto  e nella serra rimessi su con un pugno di colleghi e i ragazzini della prima media della scuola di Gussago, in provincia di Brescia. Occuparsi di giardino e di orto, il nostro verde di prossimità, libera la mente mentre tiene occupate le mani. Mettersi a coltivare quelle che con voce bresciana chiamiamo “colle” ovvero le aiuole è stato un’immersione rigenerante, in primis per noi insegnanti. Le medie, non me ne vogliano i colleghi, molte volte diventano come il limbo dantesco: si rischia di perdere il contatto con la realtà e l’entusiasmo, la fonte prima di ogni apprendimento. E i ragazzini sono più svegli di quel che si pensa: ti nasano ben bene e se sei morto dentro li hai persi. All’ennesimo laboratorio ambientale proposto da esterni ad impatto umano zero ci siamo guardati in faccia con un collega geologo, l’immancabile prof di tecnologia e l’insospettabile prof di lettere ex erborista e ci siam detti:”Orto ed orto sia”. In ordine sparso sono poi arrivati Nadia e gli amici di Orti di Pace con Pia, allargandoci veramente il cuore: trovare mail come quelle di Zavalloni, che non conosci, e  che dall’altra parte del mondo ti manda dritte per un fazzoletto di terra che lui neppure conosce è stato emozionante, etimologicamente parlando. E’ arrivata anche Laura, l’assessore all’Ecologia del nostro comune che, nonostante i tempi di magra in cui stiamo vivendo, è riuscita a trovarci gli euro da impegnare in zappe, zappette e sementi. E a mano a mano che tra aprile e maggio crescevano le piantine, i ragazzi, 124,  si illuminavano dal di dentro condividendo sensazioni e sentimenti come impegno e costanza, amore e rispetto per le persone e l’ambiente che mi circondano. Hanno così imparato facendo, per capire che ognuno è in grado di costruire qualcosa che sia bello e non frutto di quelle che i sociologi hanno definito “le passioni tristi”. Abbiamo vissuto tutti insieme una serie di emozioni dalla gamma estremamente variegata, come quando si è rimesso piede di nuovo nella vecchia serra, chiusa da anni o quella volta che i genitori visitando l’orto si ricordavano di quando erano loro a coltivarlo sempre qui, per non parlare del nonno che ringraziava perché il nipote, volendo aiutarlo in giardino, lo andava a trovare molto più di prima.

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